martedì 29 gennaio 2008

Diario di Un Naturalista nel Mesozoico

QUARTO GIORNO

Ho dormito malissimo. Le piogge della notte scorsa si sono abbattute con violenza sull’accampamento, impedendoci di riposare con calma. Alla fine, la tempesta si è portata più all’interno, risparmiandoci.

Sbircio un istante fuori della tenda, ma non ottengo molto. Il riparo di roccia che ci fa da tettoia e tutta la radura antistante sono velati dalle nebbie dell’alba, e tutto è ammantato dalla bassa luminosità orientale, che accende suggestioni e timori. Tenteremo un’esplorazione, per farci un’idea della nostra posizione.

Portare con noi gli stivali è stata una buona idea. Il terreno si è fatto saturo d’acqua ed in molti punti è impraticabile. Ruscelli improvvisati ed effimere pozze sembrano indirizzarci verso la boscaglia, in direzione della folta copertura arborea posta a mezzo miglio dal campo base. Ci avviamo, accecati dal riflesso dell’alba sugli specchi estemporanei, in direzione est. Là, oltre la foresta, presumiamo che il breve emissario che dà direttamente sul lago principale della regione si apra la strada.

Sappiamo che con le prime luci le mandrie si portano lungo la spiaggia fangosa per approfittare del corridoio naturale che collega il promontorio con l’entroterra. L’abbiamo intuito durante la prima ricognizione di ieri, quando avevamo osservato migliaia di orme impresse di recente sulla piana fangosa. Purtroppo, nei tre giorni che abbiamo già trascorso dal nostro sbarco, non abbiamo ancora visto nessuno degli autori delle impronte; ma confidiamo che oggi sia una giornata fruttuosa. Siamo molto eccitati all’idea di osservarli da vicino. Binocolo al collo, armati di macchina fotografica e taccuino, partiamo.

Gli insetti svolazzano sulle pozze e ci seguono incalzanti. A parte l’entomologo del gruppo, che ha già riempito due cassette di nuovi reperti, siamo più seccati che affascinati dall’incredibile diversità di forme che ci ronza attorno. Io, in particolare, sono pan-ornitologo e considero gli insetti poco più che potenziali prede, o probabili parassiti, dei miei oggetti di studio.

Il botanico mi richiama poco più avanti, verso di lui. Sotto le fronde di una felce ha intravisto, iridescente, quasi metallica, una stretta penna bluastra, lunga come la mia mano. La raccolgo per controllarne il vessillo. L’amico, inorgoglito dalla sua scoperta, mi chiede se sia possibile risalire alla specie di uccello a cui apparteneva. Mi limito a borbottare, con aria pedante, che potrebbe anche non essere un uccello. Il botanico non capisce se sia uno dei miei soliti commenti sibillini o se lo stia prendendo in giro. Una penna, con tanto di calamo allungato, rachide e barbe, deve essere di un uccello. Mi guarda col suo solito occhio mezzo strabico e accenna un’ovvia, quasi sacrosanta, giustificazione: l’identificazione si basa sulla presenza o assenza di caratteristiche diagnostiche e peculiari, distintive di una particolare specie, o di un gruppo naturale di specie imparentate. Le penne ed il piumaggio sono il carattere distintivo degli uccelli, per eccellenza, quasi l’essenza dell’essere uccello: quindi, una penna indica senza dubbio un uccello. Si può disquisire sull’attribuzione o meno ad una particolare specie di uccello, ma non si discute che di un uccello si tratti. L’amico si attende una risposta, ma mi limito a segnare sul taccuino la sua interessante affermazione: più avanti, sicuramente, avremo modo di commentarla con maggiore oggettività. Con un ampio sorriso, lo indirizzo a farci da guida nel suo regno. Ci inoltriamo tra le forme contorte e grottesche degli alberi della foresta: il botanico si rilancia, pieno di passione, tra le sue amate piante superiori. Io mi soffermo sulla mia misera penna: magro bottino, se paragonato a quello che stanno raccogliendo ed osservando l’entomologo ed il botanico. Ma non sono il solo ancora deluso: di fianco a me, attratto dai riflessi iridescenti che tengo in mano, è arrivato il nostro esperto in grandi erbivori, il capo della spedizione. Con il suo solito stile, sarcastico e moderato, si congratula per la mia preda: ora è lui l’unico ancora a bocca asciutta. Accenno una risposta consolatoria ma il capo mi blocca: qualcosa si sta muovendo sopra le nostre teste. Tutti e quattro ci fermiamo, trattenendo il respiro. Per quanto sia ovvio che la fauna locale non provi il minimo timore per i quattro intrusi giunti da lontano, la nostra abitudine a minimizzare l’impatto, a ridurre al minimo il disturbo prodotto dalla nostra presenza, e la memoria delle innumerevoli occasioni nella quali abbiamo vanificato le nostre esplorazioni casalinghe spaventando incautamente gli animali, ci portano ad immobilizzarci, conservando solamente la vitalità negli occhi, la rapidità rapace nella vista. Eccoli, li vedo! Lassù, tra l’incavo di due rami, nascosta dal fogliame e dai rampicanti, riconosco una coppia di animali, poco più grandi di una gazza. A rivelarli sono stati i quattro puntini luminosi degli occhi e… Si muovono! Ora li riconosco. Uccelli… per la precisione, due uccelli sacri a Confucio. Rimango immobile per un tempo indefinito, preso dalla visione dei due animali, così familiari eppure tanto dissimili dai loro equivalenti che conosciamo. Insisto, per restare ancora un po’, per trarre il massimo possibile da quella scoperta che, almeno per me, è straordinaria. Il capo mi scuote con decisione, per farmi accettare l’inevitabile. Dobbiamo tornare al campo. Purtroppo, la coppia di uccelli ha dato la conferma definitiva a ciò che le suggestioni del botanico avevano preannunciato. Abbiamo sbagliato meta. O meglio: è evidente che siamo solo a metà del nostro viaggio di andata. Il capo accende il portatile e comunica al comandante, in attesa ben sopra le nostre teste, che siamo in procinto di rientrare. Faccio in tempo a scattare una foto alla coppia, prima che si dilegui oltre il fogliame. Sarà per la prossima occasione: non mancheremo di tornare qui, al momento opportuno.

Sento il capo che continua a parlare al portatile. Parla ancora con il capitano: gli sta facendo presente la differenza tra due piani geologici, il barremiano ed il noriano, ed ha un tono leggermente seccato. Il botanico suggerisce di evitare i nomi delle età, di dare al capitano solamente delle date. Il capo concorda: essendo un fisico, il capitano saprà districarsi meglio tra i numeri che tra le vaghe denominazioni delle età terrestri. Con un secco: “siamo finiti a centoventi milioni, e non a duecentoquaranta!” ottiene l’effetto voluto. Spegne il portatile e si rivolge a noialtri. Appena smontato il campo, verranno a prenderci e ripartiremo verso la destinazione definitiva.

Spero che non si verificheranno altri intoppi. Viaggiare nel tempo non si concilia col mio stomaco: meno balzi faremo per giungere alla prima tappa, per arrivare al Triassico, meglio sarà.

2 commenti:

  1. Grazie! spero che tu ti sia ispirato a me per il botanico.
    In ogni caso grazie, la storia è bellissima e piena di pathos.

    voglio il proseguo (tipo romanzo a puntate)

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