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giovedì 8 gennaio 2015

Utopia massima

Uno dei massimi piaceri intellettivi per un naturalista sarebbe poter leggere tutta la storia naturale di Homo sapiens, ma scritta in modo veramente oggettivo ed imparziale, senza apologie e consolazioni, specialmente quelle inconscie di cui ogni antropologia è intrisa. Ciò sarebbe impossibile: il soggetto descrivente e l'oggetto descritto coinciderebbero, e ciò mina l'oggettività alla radice. In breve, occorrerebbe una storia naturale scritta da un'altra specie senziente che ci osservasse con freddo distacco, come noi osserviamo un cristallo che si forma in una soluzione.

venerdì 25 ottobre 2013

Systematics of the planets in Solar Jetman: Hunt for the Golden Warpship

Classificazione dei pianeti in Solar Jetman in base ai parametri di densità e raggio, deducibili dai valori forniti all'inizio di ogni livello.
Chi ha un minimo di nozioni di fisica ed astronomia, è stato adolescente nei primi anni '90, ed ha un livello di ultrazionalità medio-alta (oltre che nerditudine) comprenderà il senso di questo post.
PS: Shishkebab, non puoi esistere!

giovedì 3 ottobre 2013

Abbandonare ed abbandonarsi al tempo dei social network

In questo periodo, sto tagliando vari "ponti". 
Non solo ponti col passato ma anche ponti col presente, specialmente se basati esclusivamente su contatti virtuali mediati dalla rete. Più che ponti, si dovrebbero chiamare contatti.
Non taglio questi legami perché "mi piaccia" farlo, ma perché penso che sia la soluzione migliore, quella più saggia, quella che minimizza i danni a lungo termine. Non solo i miei.
Da qualche anno siamo stati tutti immersi più o meno gradatamente in un mondo di legami "virtuali": le persone si conoscono via internet, parlano via internet, si legano via internet e si separano via internet.
Questo nuovo modo di interagire è, come ogni novità, difficile da gestire, ancora imprevedibile negli effetti a lungo termine.
Qualunque sia la sua evoluzione, inizio a provare un senso di repulsione, almeno per la parte più irrazionale di questo fenomeno.
Solo ora mi rendo conto che, alla lunga, la rete dovrebbe servire solo come mezzo di comunicazione di supporto alla comunicazione "tradizionale", quella in cui si parla e si scrive direttamente a qualcuno con cui si ha comunque un legame "reale" anche nel "mondo" che sta fuori dalla rete. Non dovrebbe diventare il modo ed il mezzo dominante.
Ho voglia di "realtà", non di "virtualità". Da questo punto di vista, apprezzo lo strumento del blog, nel quale si può esprimere in modo dettagliato il proprio pensiero razionale, che poi può essere letto e analizzato con calma dal lettore, mentre sto provando sempre più fastidio e distacco da altri mezzi, come i social network, sempre più ricettacolo di emozioni immediate, istinti e irrazionalità, ma poco adatto a mediare pensieri e riflessioni profonde. Il blog, da questo punto di vista, non è molto differente dal libro, nel quale un autore esprimeva con attenzione le proprie idee. Al contrario, i social network si stanno trasformando in enormi muri in cui ognuno cerca di scrivere frasette senza senso, slogan o pure scemenze.
Se qualcuno vuole avere un'interazione razionale con me, può leggere i miei blog, commentare o anche solo sfogliarli. Ma per qualunque altro tipo di interazione, non cercatemi nei "social network": esisto nel mondo reale, ed è lì che voglio costruire relazioni, amicizie e legami.

martedì 17 settembre 2013

L'Isola del Tesoro Casuale

Una delle prove più solide che la mia mente sia pazza è presente dentro il mio appendiabiti.
L'appendiabiti è formato da un tronco metallico da cui partono vari bracci che terminano in pomelli. I pomelli sono svitabili. Se svitate uno di questi pomelli constaterete che l'interno del braccio è cavo. All'interno di uno di questi bracci è presente un foglio di carta, arrotolato a formare un cilindo.
Se srotolate questo foglio, vedrete che presenta il disegno di una mappa per un tesoro su un'isola. 
Che senso ha inserire un foglio del genere dentro un braccio di un appendiabito? Nessuno. Ma non per questo è proibito farlo.
In realtà, la parte più pazza della storia non è nel foglio, ma nella sua storia.
Difatti, a fianco del disegno dell'isola sono segnate delle date.
La prima è 26 Giugno 1996, ed è la data in cui il disegno è stato realizzato ed inserito nel braccio dell'appendiabito.
Di seguito, sono indicate tutte le date successive in cui, per puro caso, mi sono ricordato dell'esistenza del foglio, ho svitato il pomello, estratto il foglio, l'ho srotolato, ho letto le date scritte ed ho aggiunto la data di oggi.
Dal 1996 ad oggi, ciò è avvenuto il 12 Marzo 1997, il 21 Novembre 1999, il 10 Novembre 2003, il 21 Maggio 2007 ed oggi, 17 Settembre 2013.
Ovviamente, per deformazione ultrazionale non ho resistito dalla curiosità di testare se questo trend di date, assolutamente casuale*, segua una qualche legge numerica.
Ho quindi realizzato questo grafico, e calcolato se la curva di regressione delle date abbia una qualche robustezza statistica (attenzione: per i fini demenziali del post fingiamo che un campione di sole 6 date sia sufficientemente robusto da essere significativo).
Il risultato, è questo:
Parrebbe effettivamente esserci un qualche trend di natura logaritmica che "rilassa" la realizzazione dell'evento successivo, per cui ogni evento accade "in ritardo" rispetto ai precedenti.
Ovviamente, non ho resistito dal calcolare quando avverà, in base alla curva di regressione, la prossima "apertura" del pomello.

Vedremo, quindi, se e come la prossima volta che ricorderò che esiste quel foglio (e quindi, fedele alla tradizione, lo estrarrò dal suo alloggiamento per includere la data) sarà effettivamente prossima (se non, addirittura, coincidente) con quella calcolata.
Se così fosse, sarebbe un risultato terrificante, perché implicherebbe che, in un qualche modo arcano, la mia esistenza è la mera e meccanica espressione di formule matematiche.

*Ma se non fosse casuale, bensì solamente complesso in maniera estrema?

lunedì 2 settembre 2013

2159: Universal Network

In 20 anni, il mio mondo è passato da pochi km di raggio all'intero pianeta.
Fino a 14 anni, se escludo qualche lontano parente che incontravo di rado, il mio universo era grande quella manciata di km che collegavano casa a scuola. Tutti gli amici e le conoscenze stavano dentro quello spazio.
Con le scuole superiori, l'universo si è espanso di qualche decina di km, inglobando una città.
All'università, per la prima volta, ho legato con persone di altre città, provincie e zone dell'Italia.
Con l'avvento dei social network, ormai è del tutto familiare dialogare con persone in altri continenti, e spesso devo valutare quale sia l'orario del mio interlocutore, se egli o ella stia in quel momento vedendo tramontare un sole che io sto vedendo sorgere, se stia per mettersi a cena mentre io non ho ancora pranzato, se sia affacciato ad una città asiatica, stia seduto in un bar della costa californiana o se stia accendendo il riscaldamento perché nel suo emisfero è inverno invece che estate.
Dubito che il mio universo sociale possa espandersi ulteriormente: il mondo non è infinito, e comunque non esiste nessuno che viva a più di 12 mila km da me (in linea retta, non lungo la geodetica). 
Perlomeno, nessuno che sia umano e connesso a internet...

Espansione della mia "sfera sociale" nel tempo. Per esigenze di spazio, lo spazio è misurato in logaritmi.


Tuttavia, fingiamo che non ci siano limiti alla distribuzione umana e che la tecnologia permetta di estendere i contatti con chiunque senza limiti di distanza.
Estrapolando il trend che ho raccontato, nel 2020 sarò in contatto regolare con persone che vivono sulla Luna, e se sarò così fortunato da arrivare ad un secolo di vita, il mio "social network" avrà un diametro di un anno luce. Dubito comunque che, in ogni caso, assisterei ad ulteriori espansioni del raggio dell'umana connessione. 
In ogni caso, continuando con questo trend, Facebook valicherà i confini dell'universo nel 2159.

mercoledì 24 luglio 2013

Il ruvido presente di un uomo

Da giovane, Ernesto Guevara andava in giro con una maglietta con questa foto stampata sopra.
Ci sono momenti, nella vita di un uomo, in cui arriva l'ora di dare un taglio al passato. Ma a furia di passarlo tra le dita, questo passato, ci si affeziona alla sua ruvida consistenza. Sì, lo ammetto, esteticamente è atroce, ma la liscia alternativa non è forse ugualmente inguardabile? E così, giorno dopo giorno, il passato continua a crescere, in barba a tutto il resto.

domenica 2 dicembre 2012

Popper in politica

Non bastano mille prove a favore per fare una verità, ma ne basta una sola a sfavore per fare una falsità. Sarebbe interessante applicare questo metodo in politica: eleggere non chi ottiene più voti a favore ma chi ne ottiene meno a sfavore.

martedì 25 settembre 2012

Passato Presente


Ripropongo il testo di un post del 27 febbraio 2008.
Sono passati 4 anni e mezzo da allora, eppure, vedo che nulla di sostanziale pare essere cambiato. 

 

Crisi della Repubblica (preludio della Dittatura?)

Corsi e ricorsi storici. La transizione in atto, verso cosa porta? Un nuovo Decadentismo, un nuovo 15-18? Temo che la Dittatura Mediocratica, L'Impero Subliminale, sia già in atto. E noi, spiriti critici, liberi, scettici, dove ci collocheremo? L'avevo accennato, e sottinteso, nel post sulla Deriva Mediocratica, e vedo che questa campagna elettorale non fa che confermare ciò che avevo detto. Stiamo vivendo il periodo di minor democrazia della storia repubblicana. Paradossale, se guardiamo l'affluenza alle urne della scorsa elezione. Eppure è così. Una legge elettorale che non permette la scelta dei candidati, decisi dall'oligarchia direttiva che finge di litigare; la tendenza al bipartitismo fasullo degli schieramenti fotocopia; la diffusa consapevolezza che la gerarchia sociale è fortemente chiusa e corporativa (il figlio di operaio, anche se ha studiato, farà l'operaio; il figlio del medico... anche se non ha studiato, farà il medico; ecc...), l'arretratezza culturale, il pensiero unico imposto ed idolatrato, la teocrazia subliminale e strisciante.
Che fare? rassegnarsi e chiudersi nel proprio mondo privato e personale, accettando lo status quo e cercando di minimizzarne gli effetti su di sè? Fuggire in collina, a coltivare il proprio piccolo eden e rifugio? Migrare verso climi (mentali e sociali) migliori? Cavalcare l'onda di letame? Ogni soluzione è valida e parziale a modo proprio.

martedì 28 agosto 2012

(C)autoreferenza del mese


Occorre più tempo per capire "Occorre più tempo per capire che per crederla" che per crederla.

venerdì 17 agosto 2012

Vilipendio e ipocrisia

Non capisco il senso del reato di "vilipendio alla religione", almeno in un paese a maggioranza cristiana come è, ufficialmente, l'Italia.
Il fondatore del cristianesimo fu, per chi crede nella verità dei vangeli, inchiodato ad una croce. In quell'evento di atroce brutalità, il racconto evangelico ci descrive il condannato a morte che perdona i suoi aguzzini perché non sanno quello che stanno facendo. 
Essi lo stanno uccidendo, egli li perdona.
Ovvero, il fondatore del cristianesimo insegna che al torto subito, per quanto atroce e feroce, sopratutto a livello fisico, si deve rispondere col perdono.
Il reato di "vilipendio alla religione" è nato perché qualcuno si è sentito offeso dalle parole/scritti/immagini di altri, e in risarcimento chiede che il "colpevole" paghi per il torto che l'offeso ritiene che la sua religione abbia subito.
Una religione subisce torti? Forse è un modo ipocrita per dire che l'offeso stesso si sente vittima di un torto. Un torto di che tipo? Parole o immagini che egli reputa "offensive". In breve, tutto sta alla suscettibilità personale e soggettiva della persona che si ritiene offesa. Ma, quale criterio dovrebbe guidare l'offeso? Ad esempio, la sua morale, e quindi la sua religione. Ma cosa gli insegna la sua religione? A perdonare le offese subite. Così insegnò colui che fondò quella religione. 

Riassumendo: il reato di "vilipendio alla religione" nasce da qualche cristiano che pretende un risarcimento perché altri hanno solamente manifestato scarso rispetto per la sua religione. Il vilipendio è quasi sempre espresso in parole o scritte o immagini, mai in atti fisici verso le persone.

Paragonato al torto subito dal fondatore del cristianesimo, stando al racconto evangelico (inchiodato fino alla morte per agonia), il vilipendio è poco più che un lezzo di letame portato dal vento di campagna, rispetto ad una tromba d'aria che abbatte una casa.
Se colui che fu inchiodato vivo ha perdonato i suoi carnefici, a maggior ragione avrà sorvolato sulle loro volgari parole, perdonandole. Cosa sono parolacce, insulti o scritte ingiuriose se comparate all'inchiodare un corpo vivo ad una croce, lasciandolo dissanguare e morire nell'agonia più dolorosa possibile?

Ovvero, il vilipendio alla religione non esisterebbe per colui che ha fondato tale religione. Sarebbe un comportamento miserrimo rispetto al senso del messaggio che egli volle diffondere (sempre stando ai vangeli).

Ergo, il vero vilipendio alla religione non sta nelle bestemmie di chi offenderebbe un credo, ma in colui che si sente offeso da quelle manifestazioni "offensive", che invece di perdonare il suo nemico, rinnega - quindi compie apostasia - l'insegnamento di colui che è la radice prima di quella religione "offesa".

martedì 14 agosto 2012

Profondità nerdiane

Credo che il mio grado di nerditudine qui resenti il kilobert (chi ha orecchie per intendere, intenda).
Nella scena famosa del film di P. Jackson "Le due Torri" è mostrata la battaglia in caduta libera tra Gandalf e il Balrog nella voragine che si apre sotto Moira. I due se le danno pesantemente, ed intanto continuano a precipitare nel baratro.
La scena dura circa 70 secondi. Essa appare abbastanza plausibile dal punto di vista fisico, tranne per il fatto che Gandalf cada ben dopo la propria spada e ben dopo il Balrog, quindi, a rigore, appare difficile capire come possa aver raggiunto l'uno e l'altra che, essendo partiti prima e soggetti alle stesse forze di caduta (la gravità) e di attrito dell'aria, non potrebbero essere raggiunti da un corpo che cada dopo. Ma fingiamo che qualcosa abbia frenato il Balrog e la spada di Gandalf, o che questo ultimo sia stato fornito inizialmente di qualche propulsione aggiuntiva che ha permesso di congiungersi agli altri due oggetti in caduta...
La vera domanda nerd del post è: quando è profonda la voragine? Insomma, questi continuano a cadere per 70 secondi prima di finire nelle acque di quello che pare un lago sotterraneo. Che profondità è attraversabile in caduta libera per 70 secondi?
Applicando, in modo grossolano e approssimato, le leggi della fisica, e usando Gandalf come oggetto dell'analisi, possiamo supporre che (assumendo che la Terra di Mezzo abbia stessa massa, dimensioni e composizione atmosferica della Terra, quindi medesima accelerazione gravitazionale e densità dell'aria):
- la prima parte della caduta avviene in accelerazione.
- raggiunta la velocità limite in cui forza di gravità e attrito dell'aria si equivalgono, la caduta avviene a velocità costante.

Ho fatto una manciata di calcoli, assumendo parametri analoghi alla Terra, temperatura dell'aria attorno ai 20°C, massa di Gandalf = 80kg, suo corpo approssimato ad un cilindro in caduta con asse maggiore parallelo al vettore dell'accelerazione di gravità ecc...

In breve, le formule danno come valore 4.3 km di caduta libera. Il valore va preso come stima dell'ordine di grandezza, non come valore preciso al centimetro. Ovvero, se approssimiamo ancora più grossolanamente la risposta, concludiamo che Gandalf ed il suo amichetto infuocato cadono per qualche km (sicuramente più di 1 km, ma meno di 10 km).

Ciò è coerente con il fatto che il lago in cui impattano alla fine della caduta sia interno alla crosta terrestre (non può esistere un lago nel mantello sottostante la crosta), la quale, sotto una montagna come quella contenente le miniere di Moira, è spessa almeno 10 km.

Amici paracadutisti, attendo correzioni e suggerimenti per migliorare la stima.*

Profondissimamente nerdissimo...

*Un amico paracadutista mi ha risposto con una stima di circa 3.5 km, ovvero nello stesso ordine di grandezza che avevo calcolato. Buon risultato, allora.

domenica 12 agosto 2012

100% Naturale


Sulla superficie esterna del vasetto di yogurt che ho appena consumato è stampato in vivaci colori lo slogan:
100% Naturale
So che è, come ogni slogan, un mero messaggio commerciale da associare in modo acritico al prodotto, ma che non necessita di essere sviscerato nel suo significato (un po' come le preghiere e i testi delle canzoni), ma io non posso evitare la mia natura (al 100% ultrazionale), quindi ho riflettuto sulla frase...

O essa è banalmente falsa, o è falsamente banale... forse entrambe.

Banalmente falsa, dato che un vasetto di plastica, ovvero di un derivato industriale della lavorazione di idrocarburi, contenente un miscuglio di latticini e estratti di frutta, il tutto pastorizzato e venduto in catene di supermercati, per essere conservato in frigorifero, non è per niente "naturale".
Falsamente banale, dato che tutti gli atomi che compongono lo yogurt, il vasetto e l'imballaggio, sono di origine naturale, essendo il prodotto di nucleosintesi avvenuta miliardi di anni fa in nuclei di stelle ora esplose. Se non fosse 100% naturale, dovrebbe contenere atomi di elementi transuranici, prodotti solo in centrali nucleari o laboratori di fisica nucleare: dato che si tratta di elementi altamente tossici e sopratutto instabili, è altamente improbabile che siano presenti nello yogurt (anche se questi elementi non vanno confusi con gli isotopi radioattivi prodotti dai processi di fissione nucleare, per un attimo, fingiamo comunque che nomi come Chernobyl e Fukushima non significhino niente per noi, e che eventuali tracce di quegli isotopi fuoriusciti da disastri nucleari non siano presenti nell'ambiente...).

martedì 31 luglio 2012

Trinità nel Tempo Profondo...

Partiamo da una ovvietà indiscutibile (perlomeno se siete organismi pluricellulari a riproduzione sessuata):

Ognuno di noi deriva da due genitori.

Ognuno dei nostri genitori deriva da due genitori.

Ognuno dei genitori dei nostri genitori deriva da due genitori.
...e così via, almeno per mezzo miliardo di anni nel passato...

In termini genetici, ognuno di noi deriva per metà del proprio genoma da un genitore e per metà dall'altro.

Lo stesso discorso vale per ognuno dei nostri genitori. E per i loro genitori. E per i genitori dei genitori.

Se volessimo sommare tutti i contributi genetici da cui deriviamo, sia dalla linea materna che paterna, che valore otterremmo?

Si tratta del doppio della nota serie convergente:

2 (1/2 + 1/4 + 1/8 + 1/16 + · · ·)
Il cui valore complessivo, dimostrato matematicamente, è = 2.

Ovvero, il valore del contributo ricevuto dalla somma di tutti i miei antenati è il doppio di 1: la somma di tutti i contributi ricevuti dai miei antenati è pari a due vole "me", due persone intese come "linea genealogica".

Concludendo, "Io" inteso come linea genealogica culminante nel "io" presente, è uguale alla somma di 1 (io presente) + 2 (contributo del mio passato) = 3.
Ognuno di noi è una trinità nel Tempo Profondo! 
Prima di cadere in facilone mistificazioni pseudo-cristiane, dico subito che c'è un errore matematico nel ragionamento qui sopra, vediamo chi lo scova...

venerdì 6 luglio 2012

Fine

Perché facciamo quello che facciamo, se il fine ultimo sarà un nulla definitivo?
Perché dannarsi a mangiare, bere, lavorare, accoppiarci, litigare, figliare, lottare, rubare, arricchirsi, studiare, imparare, creare, distruggere, se presto o tardi tutto si spegnerà? 
Persino nell'ipotesi che conquistassimo una forma di eterna giovinezza, l'inevitabile morte termica dell'universo, il suo spegnimento in un vacuum infinito di totale entropia o una possibile contrazione cosmica in un punto, in entrambi i casi significherebbero una fine anche per la razza di eterni giovani a cui ambiremmo diventare. Ed ancor prima di tale evento, l'eterna giovinezza non sarebbe, di fatto, un'eterna noia, dopo che tutto il mangiabile, il bevibile, il lavorabile, l'accoppiabile, il litigabile, il figliabile, il lottabile, il rubabile, l'arricchibile, lo studiabile, l'imparabile, il creabile, il distruggibile, presto o tardi fosse stato fatto? In fondo (in tutti i sensi) quello sarebbe il destino degli eterni: la noia eterna. 
A che pro lasciare qualcosa di sé, se coloro che potranno ricordarlo e comprenderlo, prima o poi, saranno anche loro svaniti nel nulla? A che pro, se comunque il pianeta nel quale le nostre gesta ed amori si sono da sempre svolti e sicuramente per moltissimo tempo ancora sarà la sola arena delle nostre imprese, in qualche miliardo di anni sarà dissolto dall'espansione termodinamica del sole?

Pare inevitabile cadere e decadere in un passivo nichilismo.

L'alternativa, paradossale, potrebbe essere di non porsi queste domande, di dedicarsi ad un edonistico appagamento di ciò che abbiamo, fintanto che lo avremo.
La porta che conduce fuori dal recinto consolatorio di un dio eterno, contraddittorio ma perlomeno in grado di fornire una seppur vaga forma di senso, di fine, di motivazione, è una porta difficile da aprire per chi tenta la fuga, impossibile da riaprire per chi è uscito. Troppo stretta e troppo angusta, fredda, umida e asfittica è la casa del padre inesistente per chi, finalmente, si è liberato dalla sua oppressione.

Ogni persona nasce per caso, combinazione casuale e caotica di fattori contingenti pre-esistenti, non prescritta né deducibile a priori. Ogni persona inizia ad essere molto dopo che l'informe creatura, la piccola scimmietta nuda, indifesa, prima come vagiti, poi come versi ripetuti, si affaccia ad un mondo che la precede e la seguirà di miliardi di anni. Ogni persona smette di essere quasi sempre ben prima che la combinazione ordinata delle sue particelle inizi a decadere, dissolversi e tornare parte del flusso termodinamico. Nessuno di noi, quindi, ha un vero momento di inizio né di fine, ma solo una blanda finestra di persistenza, di parvenza di consapevole esistenza, intervallata da molti, spesso troppi, momenti di inconsapevolezza, di assenza, di vuoto, di sonno, di coma, di oblio. Nessuno, quindi, è un continuum, né un segmento di storia, bensì un'onda perturbata, riccamente interferente ed interferita, un tracciato indistinto di cui è possibile riconoscere solo la parte più opaca, centrale, spesso in modo arbitrario.
Scoprirsi così blandi, diffusi, incoerenti, indefinibili nei limiti, nell'estensione, nel contorno, forse è la sola spiegazione dell'ansiogena ed irrisolvibile consapevolezza di essere effimeri.




giovedì 17 marzo 2011

I fori dei crackers

Perché i crackers hanno dei fori sulla superficie?
La faccenda può essere risolta in vari modi:
- filosoficamente, cercando un motivo logico per la presenza nei crackers.
- scientificamente, simulando esperimenti per valutare cosa accade alterando o omettendo i fori.
- storicamente, cercando prove dell'origine dei fori (e quindi, la loro causa).

Onestamente, non ho i mezzi per fare test scientifici sui crackers, ad esempio, provando a produrli in un forno, quindi per ora mi limito alla disquisizione filosofica.

Ragionando, mi pare che esistano almeno 3 motivi per i fori:
-Motivo estetico: i fori non servono a niente, ma danno al cracker il suo tipico aspetto "da cracker". In breve, i fori sono solamente degli orpelli inutili ma ormai assunti per consuetudine.
-Motivo funzionale: i fori sono necessari per l'esistenza del cracker. Ad esempio, potrebbero essere fondamentali per conservare una rigidità non eccessivamente friabile. Oppure, sono fondamentali per mantenere il cracker secco, facilitando la sua ventilazione.
-Motivo "epigenetico": i fori sono un effetto collaterale del processo di fabbricazione, ma non hanno alcuna funzione reale. Ad esempio, potrebbero generarsi durante la fabbricazione, oppure sono generati accidentalmente dal macchinario che li produce.

Cosa accade a cercare fonti storiche sull'origine dei crackers?
L'approccio storico ha dato immediatamente la risposta: da una rapidissima ricerca in rete risulta che i fori sono praticati durante la cottura per impedire che si formino bolle d'aria nella pasta. Ovvero, la ricerca storica mostra che la causa dei fori è "funzionale-epigenetica": un motivo non funzionale per il cracker finito ma che è necessario per il processo di produzione del cracker.

In paleontologia, un esito simile accade spesso quando si cercano motivi funzionali o strutturali per una struttura apparentemente insensata presente in una specie estinta e non direttamente riconducibile a modelli viventi. Spesso, infatti, si conlcude che la bizzarria è solamente un epifenomeno del processo di sviluppo. Spesso, inoltre, si scopre che le nostre eleganti spiegazioni logiche, per quanto argomentate e plausibili, erano errate.

mercoledì 12 gennaio 2011

Jurassic Park 4? Dio ce ne scampi...

Ringrazio l'autore dell'immagine, chiunque sia
In questi giorni, in rete circolano dei rumors sull'eventualità di un quarto episodio della saga di Jurassic Park. La notizia è nata dopo che alcune foto di un pannello all'interno degli Universal Pictures a Hollywood indicavano che in alcuni studi erano in atto le riprese di un fantomatico Jurassic Park 4.
La mia interpretazione, sostenuta anche da altri, è che questa sia una bufala (nella migliore delle ipotesi) o una mossa di "indagine" orchestrata dai produttori cinematografici per "testare il terreno" del pubblico sull'eventualità di un simile film (nella peggiore delle ipotesi). Come ho scritto in passato, i dinomanici vivono nella fedele attesa della Resurrezione del loro dio, in forma di Episodio IV, quindi, la seconda ipotesi non è poi tanto campata per aria, ed avrebbe un senso. Dopotutto, quale migliore garanzia di successo che essere parte dei Piani di una divinità? 
Ad ogni modo, in questo post non mi interessa se tale rumor sia vero o falso o, peggio ancora, orchestrato ad arte. Qui discuterò dei motivi per cui, in ogni caso, noi che amiamo (almeno il primo) Jurassic Park dovremmo sperare ed augurarci che non arrivi mai il Quarto Episodio.

domenica 9 gennaio 2011

De gustibus est mutandum

Uno dei miti più inossidabili, sebbene, paradossalmente, sia tra i più facili da demolire, è l'invarianza sostanziale del nostro "io".
Se c'è una cosa di cui nessuno, apparentemente, dubita, è che "dentro la sua testa" ci sia comunque "qualcuno", e che quel "qualcuno" sia la fonte della vocina interiore che sentiamo quando pensiamo "con noi stessi". Eppure, quel "io" non è più reale della voce monotona che emerge allo stadio quando migliaia di tifosi intonano lo stesso inno. Così come non esiste la "persona" che grida quel coro (risultato strutturale della cacofonia simultanea di migliaia di singole voci dentro un grande spazio semi-chiuso) e così come essa non è localizzabile in un soggetto (la "voce" è dentro lo stadio, ma esattamente dove non ha senso chiederselo), così "io" sta dentro al cranio, ma non è chiaro dove esattamente e a quale ente fisico reale sia attribuibile.

lunedì 27 dicembre 2010

(C)Autobiografia

Il mio genoma esiste dal maggio del 1977.
Anagraficamente, esisto dal febbraio del 1978.
Coscientemente, forse, "sono" dalla prima metà degli anni '80.
Ultrazionalmente, inizio ad avere senso attorno al 1997, e mi consolido nel 2003.
In rete, esisto dal 2007.
Ho creato una mezza dozzina di neologismi, alcuni dei quali ufficialmente validi per il Codice Internazionale di Nomenclatura Zoologica, che spero sopravviveranno alla mia fine biologica.

venerdì 26 novembre 2010

De-Nirvana Ultrazionale

Quando avevo 17 anni, credevo in un mondo di cose. Credevo, ovvero, ritenevo che quelle parole che giravano nella mia testa fossero fedeli corrispondenze di qualcosa che esisteva anche fuori dalla testa contenente quelle parole (ok, allora non intendevo proprio questo discorso, era qualcosa di più vago e destrutturato, una "sensazione").
Oggi, nessuna di quelle parole ha superato la prova dell'esperienza.
Dio, Amore, Libertà, Giustizia, Felicità, Io e Futuro ora sono solamente simboli arbitrari di rappresentazioni approssimate, nomi collettivi convenzionali, utili oggetti di una simulazione che frulla nel cervello.
Rimpiango quelle illusioni?
No.
Le posso abbandonare?
Non del tutto.
L'individuo è pur sempre il processo che fa danzare quei simboli. E senza danza dei simboli (e quindi, senza simboli) non esiste l'individuo.
Basta ricordarsi del loro essere simbolico e convenzionale, e tornare a danzare, con più leggerezza.

venerdì 8 ottobre 2010

Il male

Sono egoista se dico che della ragazza morta di cui tutti parlano oggi non me ne frega niente? Non credo. Forse molti non ci pensano, ma in ogni secondo di ogni minuto di ogni ora di ogni giorno accadono stupri, omicidi, sevizie, qualcuno subisce una violenza. Ogni secondo. Anche in questo momento. Sempre e comunque, nonostante le effimere indignazioni teleguidate e mediatiche. Sono egoista io che me ne frego finché non mi tocca di persona o su qualcuno che amo? No, perché almeno io sono consapevole che il male è intrinseco alla vita. Esso non è un argomento da gossip. Esso c'è sempre, e noi possiamo solo evitarlo finché possiamo. Quindi, non me ne frega niente di quella povera ragazza morta. Era morta prima ancora che ognuno di noi sapesse della sua esistenza, si indignasse per la sua morte, sputasse vendette per qualcuno il cui dolore, nell'atto in cui  avveniva, era totalmente aldilà della nostra attenzione.
In ogni caso, di fronte al male reagiamo tutti in modo patologico: la maggioranza con la schizofrenia dell'indignazione cronica e teleguidata, io col rifiuto autistico, con l'autodifesa.