lunedì 28 aprile 2008

Post post-moderno

La Storia è la mia passione. Quella Naturale sopratutto, ma anche quel suo ramo lamarkiano che chiamiamo Civiltà Umana (letteralmente, “l’abitare in città dei fatti-con-la-terra”).

Il mio occhio paleontologicamente allenato al Tempo Profondo ed alle umane vicende passate guarda l’oggi con grande preoccupazione. Preoccupazione per i miei cari, non certo per la totalità dei miei conspecifici. Non sono ipocrita: come quasi tutti gli altri membri di Homo sapiens, anche per me l’umanità si esprime innanzitutto verso i propri cari (l’archetipica comunità ominide, la tribù, quella manciata di decine di esseri umani coi quali si sviluppa una relazione biunivoca di conoscenza profonda), poi, meno intensamente, verso coloro che rientrano nella sfera di azioni e reazioni della nostra tribù (i concittadini, al più i connazionali), e poi, forse, verso gli altri seimila milioni.

La mia preoccupazione è motivata dai chiari segnali (per chi sa leggerli) della transizione in atto. La Storia non sarà così ciclica come molti credono, non sarà deterministica come altri sperano, ma sicuramente non è un caos totalmente indeterminabile, bensì, è simile ad un fiume del quale non possiamo conoscere la posizione della foce, ma nondimento intuiamo che segua l’orografia che lo sostiene, ed il letto che si sta scavando.

Le dinamiche ipercomplesse sono tutte accomunate dalla fragilità, dall’entropia. La stabilità e l’ordine, così come la bellezza, sono fortemente vincolate a condizioni rare e dispendiose. Temo che l’attuale tendenza della civiltà sia verso la rottura del sistema esistente. Il sistema mondiale umano è ipercomplesso, fragile, dispendioso, iperspecializzato, ma sopratutto, ortogenetico. Cosa vuol dire l’ultima parola? Che segue un cammino predeterminato dalla propria crescita, un processo di sempre maggiore incanalamento in un budello sempre meno flessibile e sempre più stretto. Espansione demografica, espansione dei consumi, intensificazione delle disparità (e quindi aumento del gradiente di conflittualità), dilagare dei flussi migratori, invecchiamento delle popolazioni potenti e consumiste (quindi indebolimento e deficit nel ricambio generazionale) si accompagnano ad una non equivalente espansione delle risorse e degli spazi (fisici e mentali). I sistemi democratici, troppo vincolati alle sensazioni viscerali (alla paura, alla miopia storica, alla soddisfazione dell’immediato), sembrano tendere ad una nuova fase di declino, tutto a vantaggio del totalitarismo. Un totalitarismo soft, orwelliano, divenuto consapevole, al pari di un parassita intelligente, di trarre più vantaggi dalla demagogica accondiscendenza della massa che dal suo sfruttamento diretto.

Cosa accadrà? Prevedere è difficile e vano. Forse che nel 1908 qualcuno avrebbe potuto dire come sarebbe stato il mondo dieci anni dopo? Eppure, in quel decennio si sarebbe assistito alla fine di interi imperi, ad una guerra mondiale, a milioni di morti e all’embrione dei due maggiori sistemi totalitari del secolo. Oggi, ad un secolo di distanza, abbiamo triplicato la popolazione, consumato più che in tutti i secoli precedenti, annullato le distanze (e quindi anche le probabilità di trovare un eventuale rifugio) e, forse, innescato un processo irreversibile di trasformazione ecosistemica (non dico crisi perché alla scala evolutiva, quella vera degli ecosistemi, anche la più disastrosa delle azioni umane verrà riassorbita come una ferita passeggera).

Ciò che rende l’attuale (imminente?) crisi umana più terribile delle precedenti, è che ora il gradino dal quale potremmo essere costretti a scendere potrebbe essere molto più alto delle nostre capacità di sopportare la caduta. Mai, prima di oggi, le società sono state così dipendenti dalle proprie creazioni, dalla tecnologia e dalle risorse che le fanno funzionare. La crisi dell’Impero Romano non provocò un arretramento tale da risultare insostenibile per i popoli che la vissero. Forse, oggi potremmo assistere ad una crisi di portata equivalente a quella che avrebbe potuto colpire la tarda romanità se, invece di passare al Medioevo, fosse regredita al Mesolitico.

Io mi sto preparando al domani, nel mio piccolo, in base a ciò che ritengo sia prioritario. Forse mi sbaglio (nel bene: non accadrà alcunché di grave, oppure nel male: non azzeccando ciò che sarà realmente prioritario), ma preadattarsi è sicuramente più saggio di ciò che fa la stragrande maggioranza che vedo scorrere attorno a me ogni giorno: la godereccia, futile ed insensata cecità di fronte alla fragilità e transitorietà del sistema nel quale siamo immersi.

4 commenti:

  1. Concordo su ogni punto...ma già lo sapevi...aspetto ancora le tue lance!

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  2. E, se posso chiederlo, come ti stai preparando a questa crisi che, di fatto, molti fingono di non vedere?

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  3. Il post risale alla primavera del 2008, quindi ben prima che la crisi economica attuale diventasse evidente nei governi e pressante sulle persone.

    Sono stato profetico? Forse.

    Ti posso solo dire che, attualmente, io la crisi non la sento molto: già prima della crisi vivevo una vita piacevole sebbene relativamente modesta, pertanto, non ho divuto cambiare stile di vita (semmai, sono molti altri che hanno dovuto abbassare le pretese delle loro esigenze): i sacrifici che, purtroppo, molti stanno vivendo non mi mi hanno colpito.

    Vedremo nel futuro.

    Consiglio a tutti quelli che possono, di coltivare un orto, e di prendere sempre più abitudini eco-nomiche ed eco-compatibili. Forse, un giorno, queste piccole differenze di abitudini potrebbero fare la differenza...

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