lunedì 4 febbraio 2013
ANNUNTIO VOBIS KAUDIUM MAGNUM: HABEMUS PLESIOSAURIAM!
lunedì 29 ottobre 2012
Sono un nerd
Sono un nerd. Amo la scienza, e fin da piccolo il mio sogno è stato diventare uno scienziato. Un paleontologo, in particolare.
Ai tempi della scuola media ero persino vittima dei bulletti della mia classe. A 12 anni ricevetti in regalo una calcolatrice scientifica ed ero felicissimo*. Più nerd di così.
Ed oggi, alla veneranda età di 34 anni, ho persino battezzato un nuovo genere di dinosauro con il nome di un personaggio immaginario creato da Tolkien.
Più nerd di così non si può andare...
O forse sì...
*Quella stessa calcolatrice è ancora qui, di fianco a me: mi ha servito per le scuole medie, il liceo, l'università ed è ancora una fedele assistente perfettamente funzionante dopo 22 anni.
lunedì 7 marzo 2011
Aggiornare i dialoghi di JP
Ellie Sattler: "Strictly scavenger tyrannosaurs eat Horner... Woman inherits the earth".
sabato 27 marzo 2010
Perché accanirsi? Forse perché qualcuno ha il merito di poter essere temprato
mercoledì 24 marzo 2010
Dialogo (nel world wide web) sopra i minimi sistemi (di discussione paleontologica)
domenica 10 gennaio 2010
Dinomania - Atto Quarto: I "mitici" paleontologi ormai estinti
giovedì 17 dicembre 2009
Paleontologia e Paleo-teologia
lunedì 7 dicembre 2009
mercoledì 25 novembre 2009
L'esteriorità degli (altri) ominidi, interiorità di Homo sapiens

Io amo la paleoarte per altri motivi. Essa è una fantastica fonte di informazioni sull'anima dell'Homo sapiens attuale. La paleoarte è lo sfogo dei sogni post-moderni, è un luogo mitico dove Scienza e Mito si possono fondere, è il ricettacolo di pregiudizi e aspirazioni incosce. Ciò è tanto vero quanto più l'oggetto della paleoarte è vicino a noi, quanto più può rappresentarci. Un trilobite ha una carica mitologica minore di un tyrannosauro o di un ominide, di conseguenza, tenderà ad essere rappresentato in forma più "oggettiva" rispetto agli altri due.
In particolare, l'iconog
rafia degli ominidi fossili è quanto di più soggettivo, ideologico e viscerale la paleoarte possa darci.Conosciamo molto degli ominidi fossili: scheletri, denti, utensili, tracce di focolari. Non possiamo però conoscere ciò che vorremmo sapere più profondamente: il loro aspetto esteriore. I muscoli sono ricostruibili dalle tracce osse, ma non possiamo ricostruire la pelle, il suo colore, e, sopratutto, la forma e distribuzione di peli e capelli. Questi tratti esteriori, così importanti in noi, sono quindi in totale balia della soggettività di chi ricostruisce (artisti ma anche scienziati che collaborano con gli artisti). Guardate questa carrellata di ricostruzioni: tutte riguardano Homo neandertalensis, la specie ominide più famosa.
Si passa da esseri quasi glabri a forme ricoperte di pelliccia, soggetti scuri o chiari, con capelli irsuti, ricci, lisci, radi, visi barbuti, umani oppure scimmieschi. Sempre la stessa specie, ma raffigurata in modi opposti.Queste iconografie non hanno alcuna sostenibilità scientifica, nel senso che non disponiamo di alcun dato per stabilire se e quanto ciascuna si avvicini alla realtà perduta. Forse potremo un giorno scoprire un individuo congelato nei ghiacci siberiani, ma fino ad allora, dovremo solo ipotizzare, ovvero, lasciarci guidare dalle emozioni, dalle nostre inclinazioni e pregiudizi.
In particolare, ho notato che, indipendentemente dal tipo di ricostruzione, tutti gli artisti siano guidati da un ingiustificata equazione estetica:
Ovvero, se l'ominide è ritenuto prossimo a noi come capacità intellettive, allora sarò di aspetto "umano" (glabro, con capelli fluenti, sguardo vivo), se è ritenuto privo di intelletto umano, sarà raffigurato come una scimmia (con pelliccia, capelli corti o indistinguibili dal pelo, occhio spento). Questa equazione è totalmente ingiustificata, totalmente ideologica, fatta più per soddisfare i nostri pregiudizi antropocentrici che una reale logica evolutiva.L'evoluzione intellettiva e quella epidermica non sono, fino a prova contaria, due fenomeni legati in alcun modo. Ad esempio, perché la presenza o assenza di pelo sarebbe legata all'intelligenza? Essa è probabilmente legata alle condizioni climatiche, e forse è vincolata a meccanismi quali il processo di maturazione individuale, ma non pare aver affinità col cervello.
(Opinione personale: Io propendo per immaginare gli ominidi delle fasi glaciali come ricoperti di pelo, dato che, a parte Homo sapiens, non esistono tracce di indumenti, e, sopratutto, di strumenti da cucito, quali aghi in osso, oggetti molto elaborati da produrre, appannaggio finora solo nostro ed assolutamente fondamentali per cucire abiti efficaci nella difesa dal freddo: non crederete alle assurde immagini dell'uomo preistorico che va in giro in mutande di pelle o con ridicoli mantellini di pelliccia legati alla vita, a caccia di mammuth e rinoceronti lanosi! Morirebbe surgelato in un'ora! Non ha senso oggi, figurarsi in piena glaciazione!).
Noi sappiamo che Homo sapiens è quasi privo di pelo, mentre i suoi parenti più prossimi viventi (scimpanzè e gorilla) sono ricoperti da pelliccia: ciò non ci dice nulla sul momento lungo la linea evolutiva, che va dalla separazione dalle altre scimmie fino a noi, in cui la pelliccia scomparve. La posizione di tale momento (più o meno vicina a Homo sapiens) è totalmente frutto di pregiudizi pseudo-evolutivi.
La prova a mio avviso più evidente di ciò è data dall'assurda abitudine di raffigurare gli "australopiteci robusti" come ricoperti da pelliccia, mentre gli Homo habilis, vissuti nello stesso loro momento e luogo geografico, vengono raffigurati con poco/niente pelo: eppure, anche ammesso, ma non dimostrato, che Homo habilis avesse qualche
tratto mentale più simile a noi non è un motivo per dargli una pelle "più umana": il motivo, ovviamente, è che il nome "Homo" attribuito arbitrariamente a questo fossile lo caratterizza come più "umano" di un australopiteco, e tale caratterizzazione deve essere sancita da un'icona estetica, nonostante sia priva di prove.Per capire quanto la presenza o meno di determinati caratteri esteriori influisca sul nostro giudizio di "valore evolutivo", guardate questo scimpanzè, nato con una mutazione che inibisce lo sviluppo del pelo. Sicuramente ha le stesse capacità mentali dei suoi simili, eppure, il suo aspetto pare dargli un'umanità maggiore, e, quindi, un maggiore valore ai nostri occhi razzisti
.martedì 17 novembre 2009
giovedì 12 novembre 2009
Dialogo (demenziale) sopra i massimi siti di ominidi africani
Questo dialogo tra due ominidi nacque ai tempi dell'università. Il primo incontra il secondo, gli chiede dove vada, e lo esorta a restare dove si trova.
Ominide A: "Omo!"
Ominide B: (si ferma)
Ominide A: "Ol-du-vai?"
Ominide B: " A-dar!"
Ominide A: " A-far?"
Ominide B: "..."
Ominide A: "L'(a)e to' lì!"
giovedì 5 novembre 2009
Vota il tuo paleontologo di finzione preferito

lunedì 13 luglio 2009
lunedì 8 giugno 2009
Che diavolo è MSNM V6408?

A breve i dettagli della storia.
martedì 26 maggio 2009
DINOMANIA, ATTO TERZO: JURASSIC PARK, OVVERO, IL CAVALLO DI TROIA DELL’IDEOLOGIA DI BAKKER (Jurassic Park, the Trojan Horse of Bakker's Ideology)
-->
martedì 7 aprile 2009
Il Decalogo del Dinomaniaco
Istigato indirettamemente da un recente post di Geomythology, ho deciso di fare una veloce escursione nel nebuloso mondo dei dinomaniaci disseminati nella rete. Leggendo le loro (terrificanti) discussioni, i toni ed i modi dei loro (terrificanti) argomenti, ho ricavato una lista di 10 Comandamenti, un Decalogo del Dinomaniaco moderno, perché come ogni religione che si rispetti, anche la Dinomania ha i suoi precetti e tabù.
I - I Fossili sono Esseri Viventi, e come tali vanno visti.
II - Non avrai altra fonte all’infuori della Rete.
III - Onora Jurassic Park ed il Mondo Perduto.
IV - Non ti curerai dei dati e delle fonti scientifiche, tranne quando andranno contro i 10 Comandamenti.
V - Non ti servirai della matematica e della fisica, tranne quando dovrai parlare del dinosauro più grosso, più lungo o più veloce.
VI - Ti farai degli idoli iconografici e li venererai contro ogni evidenza.
VII - Jack Horner è Satana quando parla di Tyrannosaurus, ma è un Santo quando parla di altro.
VIII - Non desiderare di leggere direttamente un articolo scientifico, ma lascia ad un Sacerdote devoto a Dinomania il compito di insegnarti la buona novella.
IX - Abbonda nelle analogie con i mammiferi attuali, e disprezza le omologie con gli uccelli.
X - La Tua Opinione è sacra ed intoccabile, giusta e meritevole di essere ascoltata, anche quando è palesemente scorretta, evidentemente obsoleta, ignorante dei dati e metodologicamente insostenibile.
Mi auguro che qualche devoto dinomaniaco legga questo post e si irriti per l’irriverenza che dimostro verso la sua amata Fede Dinomaniaca.
venerdì 2 gennaio 2009
Contro i banali infantilismi che infangano la divulgazione paleontologica
Non so se rallegrarmi o essere deluso per lo stato della discussione paleontologica italiana presente in rete. In particolare, noto che molti appassionati vivono in un mondo a parte, chiuso e oscurantista, arretrato concettualmente, spesso provincialmente orgoglioso della propria chiusura.
In quale altro modo potrei interpretare l’affermazione di uno studioso italiano (che non nominerò: sottolineo che non ho nulla contro la persona, sebbene non condivida le parole che sto per citare) che una volta lamentò l’eccessivo “tecnicismo” del blog “Theropoda”? Trovo paradossale che una tale critica provenga proprio da un laureato in discipline scientifiche (che quindi sarebbe il target ideale del blog), invece che da un ipotetico appassionato privo di preparazione tecnica. Come altro potrebbe essere un blog sui theropodi che è dichiaratamente scientifico? La paleontologia dei vertebrati non è una favoletta per bambini, o un argomento da “bar dello sport”, la paleontologia è una Scienza Naturale, una disciplina scientifica adulta e come tale vive solo dei dati che dispone, delle teorie che la strutturano, e delle ricerche che la fanno crescere. Più dati e dettagli usa, più robusta sarà: per questo, ritengo necessario il ricorso ai dettagli nell’esposizione dei risultati: non apprezzare questo aspetto implica avere una visione limitata, grossolana e sempliciotta della ricerca paleontologica, e sottintende una degradazione dell’argomento e la sottovalutazione dell’intelligenza dei lettori. Per fortuna, tale commento è isolato ed è eclissato dai molti commenti positivi, ricevuti anche da lettori stranieri (alcuni autorevoli, che mi inorgogliscono), che invece apprezzano l’impostazione tecnica e dettagliata che do ai miei post.
Il ricercatore citato prima che concezione ha della paleontologia, dei suoi metodi, della sua divulgazione? Per capire perché alcuni miei lettori italiani siano così ostili verso la concezione paleontologica divulgata su Theropoda (e nella speranza che ciò sia fondato su argomenti oggettivi e non su motivazioni personali) ho iniziato una ricerca per capire quale sia lo stato della paleontologia italiana discussa in rete. Il risultato è stato divertente e desolante al tempo stesso. Ho scoperto che circolano e sono perpetuati luoghi comuni e mistificazioni assurde e senza fondamento, pretestuosamente divulgate come fatti, sebbene siano basati solo su episodi personali, rancori e risentimenti invece che su dati scientifici. In particolare, è in atto una curiosa campagna di disinformazione e mistificazione negativa rivolta contro la sistematica filogenetica e le nuove tecniche informatiche applicate alla paleontologia. Tale campagna di discredito non è fondata su alcuna evidenza oggettiva presente nella letteratura scientifica, ma pare basarsi solo su una ingenua fruizione delle notizie, su luoghi comuni molto orecchiabili ma privi di sostanza, e su opinioni personali a mio avviso molto emotive ma poco fondate scientificamente.
Ognuno è libero, nel limite della decenza, di esprimere le proprie idee e di criticare le ipotesi e le metodologie altrui, tuttavia, ciò dovrebbe essere spinto da motivazioni scientifiche (dati dettagliati e teorie argomentate) e non per appagare infantili piagnistei “nostalgici”, battibecchi futili, risentimenti personali o sciocche polemiche pseudo-giornalistiche.
Potrei chiudere la discussione bollando semplicemente gli autori di tali dicerie come ignoranti ed infantili, constatando che non meritano altre parole, tuttavia, credo che dietro ci sia un fenomeno più profondo e che sia necessario un commento approfondito, sopratutto in difesa della paleontologia attaccata (a mio avviso ingiustamente e pretestuosamente) da quei discorsi.
In particolare, sarei disposto a discutere con eventuali sostenitori di quelle posizioni, a patto che essi prima abbiano fatto seriamente il seguente “esame di coscienza”:
Prima di criticare le ricerche scientifiche altrui, abbiate la decenza e la maturità di valutare se le vostre critiche sono basate su una attenta analisi della letteratura scientifica e non su voci, frasi fatte, o “cattivi” maestri. Accertatevi che sia l’oggettività e non la mediocrità a guidare le vostre parole. Avete letto gli studi scientifici che criticate? Oppure state solo perpetuando le opinioni di altri, senza averle pienamente comprese e valutate? La vostra opinione è personale o conformata a quella di altri? Se basate le vostre critiche sulle opinioni di altri, avete accertato se tali opinioni sono oggettive, scientifiche e ponderate, oppure sono solo sfoghi risentiti di sentimenti frustrati e delusi, spesso generati da episodi personali che non hanno niente a che fare con la ricerca vera e propria?
Se i veri motivi che guidano le vostre critiche sono solamente il gusto soggettivo (ho letto critiche alquanto futili, le quali dichiaratamente affermavano di disprezzare un ambito della ricerca solamente perché non rispondeva al loro gusto personale), se le vostre polemiche sono l’adesione acritica ad una posizione personalistica (spesso infondata) volta solamente a sfogare frustrazioni intime, se la base delle vostre insoddisfazioni scientifiche è solo l’incapacità di apprezzare le nuove metodiche della ricerca, se basate le vostre parole sull’emotività e l’immaturità, allora fareste bene a tacere, o limitarvi a dichiarare, con uno sforzo di onestà e maturità, il vostro limite, la vostra impreparazione tecnica e teorica, invece di gettare fango ingiustificato sul lavoro e l’impegno di tanti ricercatori seri.
Penso che sia segno di profonda mediocrità criticare la ricerca scientifica senza essersi documentati su tali lavori, ovvero, leggendo accuratamente quei testi scientifici: oltre ad essere una forma di rispetto verso il lavoro altrui (produrre un articolo scientifico non è come scrivere un post su un blog o un commento su un forum: è il risultato di mesi di ricerca, elaborazione e revisione), dimostrerà che siete dei potenziali interlocutori, meritevoli di attenzione.
Temo che questo appello cadrà nel vuoto; nondimeno, questa è la mia opinione sulla bassa divulgazione paleontologica che leggo in rete. Ripeto, ho il massimo rispetto umano e personale per chi perpetua simili opinioni, tuttavia, reputo la grande maggioranza delle loro affermazioni infondate scientificamente, spesso futili e pretestuose, oltre che dannose per la divulgazione, perché alimentano errori, falsi problemi, inutili divisioni e disaffezione nei lettori.
giovedì 27 novembre 2008
lunedì 10 novembre 2008
Battezza questo dinosauro ucronico!

Qui sopra ho un ipotetico abelisauro semiacquatico vissuto 15 milioni di anni fa in un'altra dimensione spaziotemporale...
In analogia con quanto fatto da illustri blogger prima di me, chiedo ai miei lettori di suggerirmi un nome scientifico (in latino, ovviamente) con tanto di etimologia da dare a questa bestia...
Per favore, non chiamatela “cladistica”
La frase più famosa attribuita a Dobzhansky, uno dei fautori della sintesi neodarwiniana a metà Novecento, dice che in biologia nulla ha senso se non alla luce dell’evoluzione. Ciò è ancora più vero in paleontologia, dove il tempo, la dimensione nella quale si dispiega l’evoluzione, è fondamentale. Se accettiamo che l’evoluzione darwiniana è l’origine di una discendenza con modificazioni, allora l’evoluzionismo darwiniano non è altro che lo studio e la descrizione della serie di queste modificazioni nel tempo. Se il mondo in cui viviamo fosse un paradiso darwiniano ideale, allora potremmo osservare in natura l’intera gamma delle modifiche evolutive. Purtoppo, il mondo reale non è la realizzazione dei nostri sogni, e la natura ci mostra una serie discontinua e contraddittoria di morfologie, adattamenti e funzioni. Nondimeno, noi riconosciamo l’esistenza di un ordine sottostante la cacofonia delle forme ed il caleidoscopio degli adattamenti. Tale ordine ha un nome: filogenesi. Almeno per le forme di organismi complessi a riproduzione sessuata, noi assumiamo che le specie note non si distribuiscono a caso nello “spazio dei viventi”, ma tendono a collocarsi in regioni definite sulla base di reciproche affinità. Già Linneo, padre della sistematica biologica, aveva intuito ciò. Tuttavia, Linneo sviluppò il suo sistema naturale all’interno di un paradigma creazionista e fissista: le specie erano categorie immutabili e discrete, vere e proprie caselle gerarchizzate nelle ormai arcinote categorie linneane (specie-genere-famiglia-ordine-classe-tipo). La sistematica linneana, creata un secolo prima de “l’Origine delle Specie” di Darwin, è quindi una descrizione pre-darwiniana e non-evoluzionista della biodiversità. La sua persistenza dopo Darwin probabilmente è dovuta al fatto che, almeno a livello delle sole specie viventi, il sistema Linneano (creato appunto per catalogare le forme attuali, dato che Linneo non conosceva l’esistenza dei fossili) non risulta contraddittorio. Esiste qui una sorprendente analogia con la Fisica Newtoniana (cioè quella classica): sebbene sappiamo che essa non sia “vera” ed universale come ritenuto fino all’inizio del XX secolo (in quanto non è in grado di descrivere i fenomeni alla scala atomica e a quella cosmica con la stessa precisione che hanno invece la meccanica quantistica e la relatività einsteniana) essa conserva ancora una sua validità alla nostra scala di dimensione e velocità (nella quale non è possibile rilevare le sue imperfezioni). Analogamente, la sistematica linneana persiste perché va bene per le specie attuali (che osserviamo alla nostra scala temporale, nella quale i processi macroevolutivi sono praticamente inesistenti), ma è insoddisfacente per le scale evolutive, quelle della paleontologia. Quindi, se conveniamo che l’evoluzione biologica è l’ordine sottostante la molteplicità dei viventi è evidente che il sistema di classificazione linneano creato in epoca pre-evoluzionista non può essere un criterio soddisfacente per ricostruirla. Un ulteriore difetto del sistema linneano è che esso non stabilisce una procedura standard per l’istituzione delle categorie tassonomiche: generalmente, le categorie vengono istituite sulla base di numerosi criteri, spesso vaghi e soggettivi, che non possono essere valutati con un metodo quantitativo che permetta di “misurare” l’attendibilità di eventuali ipotesi in conflitto tra loro.
Il criterio da seguire per la classificazione dei viventi dovrebbe avere due requisiti per essere valido scientificamente: 1) dovrebbe essere coerente con i suoi scopi, cioè basarsi sulla stessa dinamica che noi attribuiamo all’evoluzione, ovvero, dovrebbe fondarsi sulla comparsa di discendenza con modificazioni; 2) dovrebbe seguire un protocollo di procedure formalizzate, così che possa essere soggetto allo stesso tipo di controllo di cui sono oggetto tutte le ipotesi scientifiche.
Tale criterio esiste, ed è alla base della sistematica filogenetica, il sistema di classificazione che da alcuni decenni sta sostituendo l’obsoleta gerarchia linneana.
La sistematica filogenetica è una teoria evoluzionista matura: come tutte le teorie scientifiche essa ha dei limiti di applicazione, oltre i quali non ha senso che sia utilizzata, ha una procedura standard ripetibile da più ricercatori indipendenti tra loro, ed un criterio quantificabile di controllo e verifica: non è quindi una “scienza mistica”, difficilmente testabile, come è invece la sistematica linneana, la quale, mancando di un metodo uniforme di produzione delle ipotesi, è sempre stata appannaggio di pochi “esperti” difficilmente smentibili (quest’ultimo è il solo motivo per cui, apparentemente ed erroneamente, la sistematica linneana appare ad alcuni più “solida”: perché ha sempre avuto un’impronta “dogmatica” ed indiscutibile, non certo perché fosse più coerente con i dati).
Nell’immagine, un esempio della differenza fondamentale tra ipotesi evolutive basate su un approccio linneano e quelle basate sulla sistematica filogenetica: entrambi i diagrammi rappresentano la stessa filogenesi, ed esprimono lo stesso concetto (la natura monofiletica dei dinosauri all’interno degli arcosauri), pertanto, non è il risultato che le distingue. La differenza sostanziale è data dal metodo. Il diagramma di Bakker & Galton (1974) propone alcuni gruppi la cui natura monofiletica non è chiara, né viene testata (“Thecodonts”, “Ornithopods”, “prosauropods”), inoltre, non è specificato quale grado di “robustezza” caratterizzi i vari raggruppamenti, né viene fornita una descrizione dettagliata dei caratteri utilizzati (il testo descrive sommariamente alcuni caratteri a sostegno dell’ipotesi, ma non mostra l’intera serie delle evidenze). Il diagramma di Benton (1999) propone la stessa filogenesi, ma nella quale tutti i gruppi inclusi sono strettamente monofiletici (i gruppi “ambigui” come i “tecodonti” sono stati suddivisi in sottogruppi distinti chiaramente monofiletici), tutti i caratteri inclusi vengono descritti nell’articolo e mappati (nella matrice in basso) così da permettere a chiunque di controllarli, e nell’albero vengono evidenziati i gradi di “robustezza” dei gruppi ottenuti (i numeri vicino ai nodi sono % di frequenza nei test di controllo che esprimono proprio tale “robustezza”). Inoltre, viene esplicitato su quali basi alcuni caratteri siano significativi (perché apomorfici) oppure no (perché plesiomorfici).
Cosa implicano queste differenze di approccio? L’albero di Bakker & Galton non è testabile da eventuali critici: data la sua impostazione, esso può solo essere “accettato o rifiutato” senza discussione (ovvero, lo si accetta/rifiuta solo in base alla fiducia/sfiducia nell’autorità di Bakker & Galton). L’albero di Benton è invece testabile da eventuali critici: i caratteri citati nella matrice possono essere controllati (sui fossili citati), la matrice può essere ripetuta e ri-analizzata più volte separatamente, le eventuali ambiguità nelle distribuzioni dei caratteri possono essere individuate e corrette: tale ipotesi è quindi accessibile ai ricercatori, i quali non l’accettano/rifiutano in base all’autorità di chi la propone, ma in base ai dati, ai metodi proposti ed ai risultati quantificabili.
Ripeto: non sono gli eventuali risultati a fare la differenza tra metodo linneano e filogenetico (infatti, nell’esempio i due diagrammi sostengono la stessa idea, cioè la monofilia di Dinosauria), ma i metodi usati. Ovvero, la metodica della sistematica filogenetica, fornendo ipotesi ripetibili e quantificabili, è molto più scientifica della linneana.
Per chiudere, se potete, evitate di chiamarla “cladistica”: termine erroneo e riduttivo nei confronti di una metodologia sistematica multidisciplinare, che non si limita (come invece pensano erroneamente alcuni critici) a costruire cladogrammi.
Bibliografia:
Bakker & Galton, 1974 - Dinosauri Monophyly and a New Class of Vertebrate. Nature, 248: 168-172.
Benton, 1999 - Scleromochlus taylori and the origins of pterosaurs and dinosaurs. Phylosophical Transactions of the Royal Society of London, 354: 1423-1446.


