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lunedì 29 ottobre 2012

Sono un nerd

L'ho sempre saputo, ma per tutta la vita ho cercato di celarlo.
Sono un nerd. Amo la scienza, e fin da piccolo il mio sogno è stato diventare uno scienziato. Un paleontologo, in particolare.
Ai tempi della scuola media ero persino vittima dei bulletti della mia classe. A 12 anni ricevetti in regalo una calcolatrice scientifica ed ero felicissimo*. Più nerd di così.
Ed oggi, alla veneranda età di 34 anni, ho persino battezzato un nuovo genere di dinosauro con il nome di un personaggio immaginario creato da Tolkien.
Più nerd di così non si può andare...

O forse sì...

*Quella stessa calcolatrice è ancora qui, di fianco a me: mi ha servito per le scuole medie, il liceo, l'università ed è ancora una fedele assistente perfettamente funzionante dopo 22 anni.

lunedì 7 marzo 2011

Aggiornare i dialoghi di JP

Ian Malcolm: "God created opportunistic tyrannosaurs. God destroyed opportunistic tyrannosaurs. God created Horner. Horner destroyed God. Horner created strictly scavenger tyrannosaurs".

Ellie Sattler: "Strictly scavenger tyrannosaurs eat Horner... Woman inherits the earth".

sabato 27 marzo 2010

Perché accanirsi? Forse perché qualcuno ha il merito di poter essere temprato

Perché mi sono accanito così tanto in questi mesi contro alcuni giovani appassionati di paleontologia?
Perché penso che essi siano persone meritevoli del mio (saccente, ossessivo, pedante e spesso esagerato) interessamento. In Italia, sono così rari gli appassionati di questa meravigliosa conquista della mente umana che è la paleontologia, ed ancora più rari in questi tempi di generale appiattimento e banalizzazione delle menti. Penso che quei pochi appassionati siano una cerchia di eletti, che meritano la durezza che si addice alla tempra del metallo migliore. Essi potrebbero, in futuro, diventare grandi alleati nel tentativo di divulgare in Italia una paleontologia seria e profonda, come accade in altri paesi, culturalmente più avanzati.
Vedere soggetti con tali potenzialità (sopratutto creative, immaginifiche e tecniche) apparentemente deviati al "lato oscuro" della paleo-fantasy mi ha spronato a esercitare una forma di "pressione psicologica", al fine di inculcare nelle loro menti l'idea che essi possano e debbano migliorare (anche, ma non solo) per una causa più Grande e Importante della mera diffusione di una passione di nicchia (di per sé futile, anche se rispettabilissima).
Siamo pochi, e come i compaesani di Asterix, assediati dal banale e dal mediocre che domina la Rete.
Ho visto opere di questi giovani: alcune sono infantili, e non meritano critiche ingiuste. Altre sono pregevoli, e denotano una passione e perizia lodevole, una potenzialità che merita di essere indirizzata verso la grande tradizione paleoartistica che, finalmente, sta sorgendo anche in Italia.
Quello che mi interessa non è generare un esercito di fanatici adepti della "Nuova paleontologia", perché così facendo creerei lo stesso branco di pecore che desidero eliminare. Cambierei solo il mito al quale essi farebbero riferimento: non più l'esagitato parco clonato costaricano, ma l'arrogante nozionismo della cladistica fine a sé stessa. Ciò sarebbe una cura peggiore della malattia (l'analisi filogenetica è una cosa seria e non merita un'orda di automi al suo seguito). 
Al contario, la polemica dissacrante, finalizzata al dubbio intelligente, al "pensare ultrazionale" che si mette in dubbio e cerca nuove prospettive, è (secondo me) la via migliore per generare consapevolezza e spirito critico. Che poi, essa porti a una maggiore diffusione di buona paleontologia, anche meglio!
Ho i miei modi di fare critica. Ammetto che spesso lo faccio per un puro piacere di dissacrare e di mettere in crisi i miti e le favole nelle quali molti amano rammollire i loro cervelli. Ma ho anche il pregio di saper generare domande, scetticismi e dubbi, di indurre curiosità e di imporre una critica. Penso (e ne sono convinto) che alcuni di quei soggetti a cui ho indirizzato più o meno cripticamente le mie parole abbiano grandi doti, che devono essere potenziate verso quel valore che (ancora in modo instabile) traspare (se si ha l'occhio adatto per leggerlo).
Le menti affini a questo mio modo di essere saranno indirizzate verso la qualità. 
Le altre hanno tutto il diritto di restare nella mediocrità.

Vedremo se in loro la Forza sarà vigorosa o se vincerà il Lato Oscuro...

mercoledì 24 marzo 2010

Dialogo (nel world wide web) sopra i minimi sistemi (di discussione paleontologica)

Alcuni amici, in varie occasioni, mi hanno chiesto come mai io non partecipi a forum di discussione in rete a tema paleontologico. In effetti, la rete permette anche questo genere di comunità virtuale che collega appassionati e studiosi.
I motivi per cui non partecipo sono numerosi. Invece di argomentarli in una noiosa arringa, ho pensato di tradurli in un dialogo, basato in parte su eventi reali che mi sono stati raccontati (e che ho potuto verificare leggendoli in rete) che hanno coinvolto anche persone che conosco; pertanto, ogni riferimento ed allusione a fatti e personaggi realmente esistiti è PURAMENTE VOLUTO.
I personaggi (in parte caricaturali) sono chiamati con i loro avatar da forum (i quali, già da subito, denotano parte delle loro personalità):

Buona lettura!

domenica 10 gennaio 2010

Dinomania - Atto Quarto: I "mitici" paleontologi ormai estinti


La caricatura deformante e diffamante è una delle armi più abusate da chi non dispone di strumenti logici e prove verificabili per difendere la propria posizione. Invece di controbattere razionalmente agli argomenti, è più comodo, subdolo e meschino produrre una grottesca caricatura piena di concetti falsi (ma semplici, quindi immediatamente accessibili anche per chi non dispone della giusta capacità critica per valutarne il reale valore).
So che non sono simpatico a una certa area della variegata umanità appassionata di paleontologia. I miei argomenti ed il modo con cui li espongo sono fastidiosi e spesso intollerabili da chi, per motivi assolutamente legittimi (che non discuto né disprezzo) segue una diversa "area" della passione paleontologica.

giovedì 17 dicembre 2009

Paleontologia e Paleo-teologia



Tavola di Michael Skrepnick che illustra un classico sacramento paleoteologico: una caccia sociale 
La scienza si basa sulle evidenze. Senza prove (dirette o indirette) un'affermazione non ha valore scientifico. Ovviamente, un'affermazione può essere priva di prove oggi, ma avere tutte le potenzialità per averne in futuro. La fede è invece indipendente dalle evidenze. Anzi, spesso essa è dichiaratamente affermata proprio in assenza di evidenza. "Credo nonostante sia assurdo. Credo proprio perché non ho prove". Questo modo di pensare arriva all'estremo con l'affermazione di credere proprio perché l'assenza di prove costituisce La Prova. Alla radice della distinzione tra scienza e fede è un'atteggiamento nei confronti dell'assenza di evidenze. Per il ricercatore scientifico, l'assenza di evidenze non è mai una prova di evidenza di assenza. Chi può negare, in futuro, che nuove evidenze potranno confermare un'ipotesi per ora priva di prove? Ovviamente, fino al giorno in cui tali presunte prove saranno trovate, l'ipotesi resta una speculazione gratuita, una congettura. Possibile, ma non utilizzabile nel dibattito scientifico. Al contrario, l'atteggiamento del fedele è più attivo nei confronti dell'assenza di prove. In particolare, egli dispone di una scappatoia molto potente, che permette di rafforzare la fede con l'ignoranza. Ovvero, dove l'assenza di prove impedisce allo scienziato di affermare alcunché, il fedele vede un'evidenza extra-scientifica, accettabile (solo) con la fede. Il passaggio è sottile, quasi subdolo: esso sfrutta l'onestà intellettuale dello scienziato di fronte alla vastità della Natura, onestà che ammette l'attuale limite della Conoscenza, per scavalcarlo ed imporre la sua bandiera in un territorio di ignoranza. Per molti ciò appare quasi ovvio. "La Scienza non può spiegarlo" è diventato un incipit di "La Fede può spiegarlo". Eppure, tale nesso non è necessario, né ovvio. La fede è un mix di arroganza ed ingenuità. Arroganza di poter travalicare i limiti di ciò che la mente umana può raggiungere con i soli mezzi della ragione e dell'osservazione, ingenuità che tale atto sia lecito, corretto e, sopratutto meritevole di essere considerato allo stesso piano della conoscenza.
Sebbene questa distinzione tra fede e scienza spesso si discuta in ambiti quali la cosmologia (ad esempio, nel capire se e cosa ci sia aldilà dei più remoti confini spazio-temporali dell'Universo conosciuto, i quali coincidono relativisticamente con le origini del Cosmo), essa è applicabile anche in paleontologia.
La paleontologia è lo studio della vita del passato sulla base delle evidenze, prettamente fossili, ma anche geologiche e biologiche attuali. Un paleontologo scientifico ha il dovere di rimarcare sempre quali siano i limiti conoscitivi della sua disciplina. Aldilà di tali confini non siamo più nella paleontologia, perché non disponiamo di evidenza per sostenere o smentire alcuna affermazione o ipotesi. Esso è un dominio lecito per la speculazione, la fantasia, l'immaginazione, ma NON per la paleontologia. Eppure, molti saltano tranquillamente aldilà e aldiqua ti tale confine con noncuranza, forse con ingenua sconsideratezza, dimenticando che di là NON è paleontologia. E cos'è? Propongo di chiamare la zona aldilà della paleontologia che si occupa di argomentare il Tempo Profondo in assenza di evidenze come Paleoteologia.
Classiche ed abusate affermazioni paleoteologiche sono, ad esempio, il colore della pelle degli animali estinti sulla base di argomentazioni attualistiche; la socialità complessa sulla base di argomenti di "plausibilità", mescolati ad una grossolana teoria dell'evoluzione sociale. Interessante aspetto della paleoteologia è una fede sincera che la sola logica, l'analogia e l'argomentazione basata su categorie retoriche come "nicchia ecologica" siano sufficienti a sostenere la validità di un'ipotesi. Il paleoteologo non ha alcun problema ad argomentare ipotesi evolutive, comportamentali ed anatomiche sulla base della totale assenza di prove, dato che, nella sua mente, quelle prove esistono, come emanazioni necessarie di un Paleo-Logos (nessuna allusione a siti web, ma solo al Logos della teologia) che deve costruire la realtà estinta per conformarla alla realtà attuale. Ovvero: gli animali hanno un colore, quindi anche gli animali estinti avevano un colore. Le leggi che dettano il colore attuale sono anche le leggi che dettano il colore estinto. Quindi il colore degli animali estinti è deducibile. Gli animali hanno un comportamento, quindi anche gli animali estinti avevano un comportamento. Le leggi che dettano il comportamento attuale sono anche le leggi che dettano il comportamento estinto. Quindi il comportamento degli animali estinti è deducibile. Badate bene che queste affermazioni sono assolutamente lecite (si tratta di un approccio attualistico, tipico delle scienze storiche come la geologia), ma solo se utilizzate per NEGARE eventuali scenari, non per AFFERMARNE altri. L'attualismo ci porta a negare che i dinosauri fossero fatti di metallo, comunicassero telepaticamente, o sputassero fiamme, NON ci porta però ad affermare che avessero la pelle rossa maculata (o qualsiasi altro manto particolare), cacciassero in branchi organizzati, cantassero durante la stagione degli amori, ecc... Queste ultime affermazioni ed argomentazioni sono speculazioni paleoteologiche. Esattamente come la teologia ha tutto il diritto di argomentare le sue tematiche, ma nondimeno deve essere sempre separata e distinta dalla scienza, così la paleoteologia ha tutto il diritto di argomentare le sue tematiche, ma nondimeno deve sempre essere separata e distinta dalla paleontologia.

Personalmente, non mi interessa la paleoteologia. La paleontologia è sufficientemente ricca e appassionante per colmare tutte le mie esigenze di conoscenza del Tempo Profondo. Inoltre, trovo che la confusione presente in molti, incapaci di separare paleontologia da paleoteologia, sia dannosa alla paleontologia. Ovviamente, io ho un naturale scetticismo e inclinazione empirista e non sono mai stato una persona molto religiosa (nel senso neutro del termine), quindi probabilmente non ho un'inclinazione (paleo)teologica. Tuttavia, a giudicare dall'accanimento con cui molti discutono prima di tutto di paleoteologia e poco di paleontologia, temo di appartenere ad una minoranza.

mercoledì 25 novembre 2009

L'esteriorità degli (altri) ominidi, interiorità di Homo sapiens









Il mio approccio alla paleoarte si discosta da quello della maggioranza degli appassionati di ricostruzioni preistoriche. In quanto ricercatore e appassionato studioso di paleontologia, ho abbastanza chiaro il limite della paleontologia. Moltissimi dettagli del passato sono andati perduti. Perduti per sempre. Pertanto, non è nella paleoarte che li cercherò. Molti invece vivono la paleoarte con questa impostazione, con questo sentimento: essa deve riportare in vita ciò che la paleontologia non può riportare in vita. Io chiamo questo approccio, "Invidia della zoologia". Chi soffre di invidia della zoologia non sopporta che la paleontologia non possa essere vissuta in maniera totale, come un'esperienza fatta di immagini, colori, suoni, persino situazioni. Tale invidia produce frustrazione, che si somatizza adorando la paleoarte.
Io amo la paleoarte per altri motivi. Essa è una fantastica fonte di informazioni sull'anima dell'Homo sapiens attuale. La paleoarte è lo sfogo dei sogni post-moderni, è un luogo mitico dove Scienza e Mito si possono fondere, è il ricettacolo di pregiudizi e aspirazioni incosce. Ciò è tanto vero quanto più l'oggetto della paleoarte è vicino a noi, quanto più può rappresentarci. Un trilobite ha una carica mitologica minore di un tyrannosauro o di un ominide, di conseguenza, tenderà ad essere rappresentato in forma più "oggettiva" rispetto agli altri due.
In particolare, l'iconografia degli ominidi fossili è quanto di più soggettivo, ideologico e viscerale la paleoarte possa darci.
Conosciamo molto degli ominidi fossili: scheletri, denti, utensili, tracce di focolari. Non possiamo però conoscere ciò che vorremmo sapere più profondamente: il loro aspetto esteriore. I muscoli sono ricostruibili dalle tracce osse, ma non possiamo ricostruire la pelle, il suo colore, e, sopratutto, la forma e distribuzione di peli e capelli. Questi tratti esteriori, così importanti in noi, sono quindi in totale balia della soggettività di chi ricostruisce (artisti ma anche scienziati che collaborano con gli artisti). Guardate questa carrellata di ricostruzioni: tutte riguardano Homo neandertalensis, la specie ominide più famosa. Si passa da esseri quasi glabri a forme ricoperte di pelliccia, soggetti scuri o chiari, con capelli irsuti, ricci, lisci, radi, visi barbuti, umani oppure scimmieschi. Sempre la stessa specie, ma raffigurata in modi opposti.
Queste iconografie non hanno alcuna sostenibilità scientifica, nel senso che non disponiamo di alcun dato per stabilire se e quanto ciascuna si avvicini alla realtà perduta. Forse potremo un giorno scoprire un individuo congelato nei ghiacci siberiani, ma fino ad allora, dovremo solo ipotizzare, ovvero, lasciarci guidare dalle emozioni, dalle nostre inclinazioni e pregiudizi.
In particolare, ho notato che, indipendentemente dal tipo di ricostruzione, tutti gli artisti siano guidati da un ingiustificata equazione estetica:
Grado di somiglianza estetica = Grado di intelligenza.
Ovvero, se l'ominide è ritenuto prossimo a noi come capacità intellettive, allora sarò di aspetto "umano" (glabro, con capelli fluenti, sguardo vivo), se è ritenuto privo di intelletto umano, sarà raffigurato come una scimmia (con pelliccia, capelli corti o indistinguibili dal pelo, occhio spento). Questa equazione è totalmente ingiustificata, totalmente ideologica, fatta più per soddisfare i nostri pregiudizi antropocentrici che una reale logica evolutiva.
L'evoluzione intellettiva e quella epidermica non sono, fino a prova contaria, due fenomeni legati in alcun modo. Ad esempio, perché la presenza o assenza di pelo sarebbe legata all'intelligenza? Essa è probabilmente legata alle condizioni climatiche, e forse è vincolata a meccanismi quali il processo di maturazione individuale, ma non pare aver affinità col cervello.
(Opinione personale: Io propendo per immaginare gli ominidi delle fasi glaciali come ricoperti di pelo, dato che, a parte Homo sapiens, non esistono tracce di indumenti, e, sopratutto, di strumenti da cucito, quali aghi in osso, oggetti molto elaborati da produrre, appannaggio finora solo nostro ed assolutamente fondamentali per cucire abiti efficaci nella difesa dal freddo: non crederete alle assurde immagini dell'uomo preistorico che va in giro in mutande di pelle o con ridicoli mantellini di pelliccia legati alla vita, a caccia di mammuth e rinoceronti lanosi! Morirebbe surgelato in un'ora! Non ha senso oggi, figurarsi in piena glaciazione!).
Noi sappiamo che Homo sapiens è quasi privo di pelo, mentre i suoi parenti più prossimi viventi (scimpanzè e gorilla) sono ricoperti da pelliccia: ciò non ci dice nulla sul momento lungo la linea evolutiva, che va dalla separazione dalle altre scimmie fino a noi, in cui la pelliccia scomparve. La posizione di tale momento (più o meno vicina a Homo sapiens) è totalmente frutto di pregiudizi pseudo-evolutivi.
La prova a mio avviso più evidente di ciò è data dall'assurda abitudine di raffigurare gli "australopiteci robusti" come ricoperti da pelliccia, mentre gli Homo habilis, vissuti nello stesso loro momento e luogo geografico, vengono raffigurati con poco/niente pelo: eppure, anche ammesso, ma non dimostrato, che Homo habilis avesse qualche tratto mentale più simile a noi non è un motivo per dargli una pelle "più umana": il motivo, ovviamente, è che il nome "Homo" attribuito arbitrariamente a questo fossile lo caratterizza come più "umano" di un australopiteco, e tale caratterizzazione deve essere sancita da un'icona estetica, nonostante sia priva di prove.

Per capire quanto la presenza o meno di determinati caratteri esteriori influisca sul nostro giudizio di "valore evolutivo", guardate questo scimpanzè, nato con una mutazione che inibisce lo sviluppo del pelo. Sicuramente ha le stesse capacità mentali dei suoi simili, eppure, il suo aspetto pare dargli un'umanità maggiore, e, quindi, un maggiore valore ai nostri occhi razzisti.

giovedì 12 novembre 2009

Dialogo (demenziale) sopra i massimi siti di ominidi africani

Tavola di J. Matternes raffigurante l'evento di Laetoli

Questo dialogo tra due ominidi nacque ai tempi dell'università. Il primo incontra il secondo, gli chiede dove vada, e lo esorta a restare dove si trova.

Ominide A: "Omo!"
Ominide B: (si ferma)
Ominide A: "Ol-du-vai?"
Ominide B: " A-dar!"
Ominide A: " A-far?"
Ominide B: "..."
Ominide A: "L'(a)e to' lì!"

giovedì 5 novembre 2009

Vota il tuo paleontologo di finzione preferito


Pak del blog Pakozoico ha aperto un curioso ed interessante sondaggio tra i suoi lettori, per eleggere il paleontologo di finzione (tratto da romanzi, film o serie televisive) preferito. Io ho votato. Fatelo anche voi, visitando il suo blog.

lunedì 8 giugno 2009

Che diavolo è MSNM V6408?


Maledetto dubbio che mi rende ultrazionale! Scettico fino in fondo... persino nei confronti di me stesso! Se ci fossimo completamente sbagliati? E se non fosse ciò che abbiamo (con tutta la mole di argomenti che possono entrare in un articolo scientifico) dimostrato? Il dubbio, ultimo baluardo dall'auto-inganno, ora si ritorce contro di me, impedendomi di gioire pienamente per l'opera conclusa...
A breve i dettagli della storia.

martedì 26 maggio 2009

DINOMANIA, ATTO TERZO: JURASSIC PARK, OVVERO, IL CAVALLO DI TROIA DELL’IDEOLOGIA DI BAKKER (Jurassic Park, the Trojan Horse of Bakker's Ideology)


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Quando ero adolescente, Robert Bakker era il mito di tutti (o quasi) i dino-fan. Bob era fico, con il barbone, il cappello da cow boy, le sue ardite affermazioni che “vendicavano” i dinosauri da un secolo di errori, le sue accattivanti iconografie, così vive che più vive non si può.
Oggi non sono per niente un fan del pensiero “bakkeriano”. Rispetto e stimo Robert Bakker, al quale va la mia totale simpatia, ma, fortunatamente, sono cresciuto, ed ho imparato a ragionare con la mia testa. I dinosauri di Robert Bakker non sono scientificamente validi. Per quanto possano risultare accattivanti e più plausibili dei vecchi lucertoloni del secolo scorso, essi sono insostenibili alla luce delle teorie biologiche e paleontologiche affermate nell’intera comunità scientifica. Le favole di Bakker, ora, non mi convincono più, esattamente come non mi convincerebbe il brachiosauro sommerso di metà ‘900, che proprio Bakker dimostrò essere scientificamente impossibile. Sia chiaro, negare Bakker non significa tornare indietro, rigettare i dinosauri nella palude, significa semplicemente aprire gli occhi, e constatare che il buon Bob ha saputo vendere molto bene il suo prodotto, ammaliando come solo i migliori pubblicitari sanno fare. Analogo discorso per il fido alleato di Bakker, il mitico (artisticamente), ma sopravvalutato (scientificamente) Gregory Paul.
Ieri, due miei lettori fissi del blog hanno, in maniera indipendente uno dall’altro, espresso, in forma privata, due concetti che sono alla base del post di oggi.
I detti: “nessuno è più sordo di chi non vuol sentire” e “l’occhio vede ciò che vuole vedere” riassumono perfettamente l’impostazione mentale di molti nei confronti della moderna palebiologia dei dinosauri, ed in particolare dei theropodi. A ciò si aggiunge, in un collegamento a tematiche Geomitologiche, l’effetto persuasivo ed ammaliante che le opere paleo-artistiche hanno sulle menti non allenate al pensiero critico ed analitico, che subiscono molto il fascino emotivo delle immagini, ma sono poco influenzate dai mezzi e dai metodi della scienza da cui tali immagini dovrebbero trarre il solo fondamento. Leonardo Ambasciano ha perfettamente ragione nel sottolineare che le opere letterarie più citate dagli appassionati di dinosauri NON sono vere e proprie produzioni scientifiche (ovvero, soggette alla rigorosa scrematura e vaglio critico del peer-review) ma, piuttosto, dei volumi “ispirati”, fondati più sulla forza esplosiva delle immagini proposte e sulla retorica accattivante dei modelli proposti che sulla esposizione critica dei dati. Le opere di Bakker e Paul sono questo: non sono veri testi scientifici, perché non sono stati pubblicati dopo una revisione critica operata sui testi da altri studiosi, loro colleghi; bensì, sono dei “trattati filosofici-ideologici”, emanazione diretta e non controllabile dei due “guru”. I dinosauri del “Dinosaur Heresies” (il nome è esso stesso la prova di ciò) e di “Predatory Dinosaurs of the World”, non sono, che vi piaccia o meno, l’espressione oggettiva della comunità scientifica, la sintesi di un sistema integrato di ricercatori che si controllano e regolano a vicenda, bensì, le espressioni uniche, quindi totalitarie, di due individui, i quali, anche se in buonissima fede e pienamente convinti della bontà “oggettiva” delle loro ipotesi, hanno comunque imposto in maniera autoritaria e anti-scientifica le loro visioni dei dinosauri ad un pubblico incapace di stabilire se e quanto le loro opere fossero “scientifiche”. Il risultato, a mio avviso, è stato deleterio, e solo in questi anni, dopo che le opere dei due “iconoclasti” si sono sedimentate nella cultura popolare, osserviamo l’effetto ideologico della loro azione.
L’azione di propaganda, quasi subdola, con la quale Bakker e Paul hanno affermato le loro idee, noncuranti dell’attività del resto del mondo scientifico, è evidente nel modo in cui essi, direttamente, hanno influenzato i dinosauri di Jurassic Park, i quali, ormai, sono nell’immaginario collettivo, la nuova immagine canonica dei dinosauri. I dinosauri di Jurassic Park sono sempre stati propagandati come “scientifici”, quindi, in un paradossale controsenso che offende il senso della paleontologia come interpretazione ipotetica di resti frammentari, essi sono proposti come “veri”. In realtà, i dinosauri di Jurassic Park non sono “scientifici”, e non lo erano nemmeno nel 1993, ma sono, e lo dico onestamente, senza doppi sensi, “ideologici”. Uso il termine ideologico nella sua accezione neutra, senza connotazioni negative. I dinosauri di Jurassic Park sono la coronazione finale del programma ideologico di Bakker e Paul, i quali, ben consapevoli del potere persuasivo dell’immagine sopra i dati e sopra la (noiose) discussioni accademiche, hanno imposto alla “massa ignorante dei dati e delle (noiose) discussioni” le loro VERSIONE dei dinosauri.
ATTENZIONE: Non importa se, ad un esame attento, alcune delle ipotesi di Bakker e Paul si sono rivelate parzialmente corrette (ovvero, confermate anche da studiosi indipendenti), ciò che conta è che essi hanno “violato” l’etica scientifica, abusato dell’autorità che derivava dal successo delle loro (discutibili) opere letterarie, cavalcato il fascino ammaliante delle loro capacità artistiche (dopo tutto, niente è "più vero" di una rappresentazione naturalistica) per imporre ai non-studiosi la LORO visione dei dinosauri, senza possibilità, per il lettore, di valutare se e quanto questa visione fosse corretta.
Ormai, l’opera di persuasione è compiuta.
Provate a dire a qualche appassionato di dinosauri che NON esistono prove di caccia di gruppo tra i dinosauri. Egli vi risponderà, con l’innocenza del fedele devoto, che invece le prove esistono! Le prove ci sono! Come negarle? E se chiederete quali siano queste prove, egli (ammesso che risponda) citerà le solite false prove, i soliti esempi privi di evidenza, ma che, ad un occhio plagiato dall’ideologia bakkeriana, sono EVIDENTI esempi di caccia di gruppo, perché l’occhio vede ciò che vuole vedere. E se proverete a spiegare che non è così, egli si ritrarrà indietro, perché non c’è sordo più sordo di chi non vuole ascoltare.
Ripensandoci bene, è terrificante questo circolo visioso di auto-verifica, innescato da Bakker:

1- Bakker crebbe con una visione stereotipata di "rettili" e "mammiferi" e volle diffondere la sua idea che i dinosauri fossero come i mammiferi, perché essa era l'unica alternativa all'iconografia dominante accessibile nel suo universo concettuale.
2- Tra le varie ipotesi, l'ideologia bakkeriana diffuse l'idea che i dinosauri cacciassero in branchi, (nonostante l'assenza di prove!).
3- La caccia di gruppo dei dinosauri divenne un dogma consolidato nella cultura popolare, elevandosi a "dato di fatto".
Conclusione:
4- Siccome tutti "sanno", ormai, che i dinosauri cacciano in branco, è evidente che i dinosauri sono come mammiferi. Cos'altro potrebbero essere?

Bakker ha vinto! La propaganda ha battuto le prove!

Per spiegare perché, ad un attento esame, queste “prove” non siano affatto tali, vi rimando ad un prossimo post sul blogTheropoda. Sempre che abbiate la voglia di mettere in discussione i vostri più amati dogmi, le vostre più care concezioni, derivate dalla fede bakkeriana, e siate disposti a vedere i dinosauri per quello che possono essere, non per quello che desidereremmo che fossero.
Con stima,
un ex-bakkeriano che è andato oltre (= ultrazionale)

martedì 7 aprile 2009

Il Decalogo del Dinomaniaco


Istigato indirettamemente da un recente post di Geomythology, ho deciso di fare una veloce escursione nel nebuloso mondo dei dinomaniaci disseminati nella rete. Leggendo le loro (terrificanti) discussioni, i toni ed i modi dei loro (terrificanti) argomenti, ho ricavato una lista di 10 Comandamenti, un Decalogo del Dinomaniaco moderno, perché come ogni religione che si rispetti, anche la Dinomania ha i suoi precetti e tabù.

I - I Fossili sono Esseri Viventi, e come tali vanno visti.

II - Non avrai altra fonte all’infuori della Rete.

III - Onora Jurassic Park ed il Mondo Perduto.

IV - Non ti curerai dei dati e delle fonti scientifiche, tranne quando andranno contro i 10 Comandamenti.

V - Non ti servirai della matematica e della fisica, tranne quando dovrai parlare del dinosauro più grosso, più lungo o più veloce.

VI - Ti farai degli idoli iconografici e li venererai contro ogni evidenza.

VII - Jack Horner è Satana quando parla di Tyrannosaurus, ma è un Santo quando parla di altro.

VIII - Non desiderare di leggere direttamente un articolo scientifico, ma lascia ad un Sacerdote devoto a Dinomania il compito di insegnarti la buona novella.

IX - Abbonda nelle analogie con i mammiferi attuali, e disprezza le omologie con gli uccelli.

X - La Tua Opinione è sacra ed intoccabile, giusta e meritevole di essere ascoltata, anche quando è palesemente scorretta, evidentemente obsoleta, ignorante dei dati e metodologicamente insostenibile.

Mi auguro che qualche devoto dinomaniaco legga questo post e si irriti per l’irriverenza che dimostro verso la sua amata Fede Dinomaniaca.

venerdì 2 gennaio 2009

Contro i banali infantilismi che infangano la divulgazione paleontologica

A Natale, dovremmo essere tutti più buoni. Chi mi conosce personalmente sa che detesto il buonismo e l’ipocrisia. Quando occorre, bisogna essere cattivi, e andarci pesante, anche a costo di ferire qualche animuccia sensibile. Questa è l’occasione adatta per andarci pesante, ma senza volgarità.
Non so se rallegrarmi o essere deluso per lo stato della discussione paleontologica italiana presente in rete. In particolare, noto che molti appassionati vivono in un mondo a parte, chiuso e oscurantista, arretrato concettualmente, spesso provincialmente orgoglioso della propria chiusura.
In quale altro modo potrei interpretare l’affermazione di uno studioso italiano (che non nominerò: sottolineo che non ho nulla contro la persona, sebbene non condivida le parole che sto per citare) che una volta lamentò l’eccessivo “tecnicismo” del blog “Theropoda”? Trovo paradossale che una tale critica provenga proprio da un laureato in discipline scientifiche (che quindi sarebbe il target ideale del blog), invece che da un ipotetico appassionato privo di preparazione tecnica. Come altro potrebbe essere un blog sui theropodi che è dichiaratamente scientifico? La paleontologia dei vertebrati non è una favoletta per bambini, o un argomento da “bar dello sport”, la paleontologia è una Scienza Naturale, una disciplina scientifica adulta e come tale vive solo dei dati che dispone, delle teorie che la strutturano, e delle ricerche che la fanno crescere. Più dati e dettagli usa, più robusta sarà: per questo, ritengo necessario il ricorso ai dettagli nell’esposizione dei risultati: non apprezzare questo aspetto implica avere una visione limitata, grossolana e sempliciotta della ricerca paleontologica, e sottintende una degradazione dell’argomento e la sottovalutazione dell’intelligenza dei lettori. Per fortuna, tale commento è isolato ed è eclissato dai molti commenti positivi, ricevuti anche da lettori stranieri (alcuni autorevoli, che mi inorgogliscono), che invece apprezzano l’impostazione tecnica e dettagliata che do ai miei post.
Il ricercatore citato prima che concezione ha della paleontologia, dei suoi metodi, della sua divulgazione? Per capire perché alcuni miei lettori italiani siano così ostili verso la concezione paleontologica divulgata su Theropoda (e nella speranza che ciò sia fondato su argomenti oggettivi e non su motivazioni personali) ho iniziato una ricerca per capire quale sia lo stato della paleontologia italiana discussa in rete. Il risultato è stato divertente e desolante al tempo stesso. Ho scoperto che circolano e sono perpetuati luoghi comuni e mistificazioni assurde e senza fondamento, pretestuosamente divulgate come fatti, sebbene siano basati solo su episodi personali, rancori e risentimenti invece che su dati scientifici. In particolare, è in atto una curiosa campagna di disinformazione e mistificazione negativa rivolta contro la sistematica filogenetica e le nuove tecniche informatiche applicate alla paleontologia. Tale campagna di discredito non è fondata su alcuna evidenza oggettiva presente nella letteratura scientifica, ma pare basarsi solo su una ingenua fruizione delle notizie, su luoghi comuni molto orecchiabili ma privi di sostanza, e su opinioni personali a mio avviso molto emotive ma poco fondate scientificamente.
Ognuno è libero, nel limite della decenza, di esprimere le proprie idee e di criticare le ipotesi e le metodologie altrui, tuttavia, ciò dovrebbe essere spinto da motivazioni scientifiche (dati dettagliati e teorie argomentate) e non per appagare infantili piagnistei “nostalgici”, battibecchi futili, risentimenti personali o sciocche polemiche pseudo-giornalistiche.
Potrei chiudere la discussione bollando semplicemente gli autori di tali dicerie come ignoranti ed infantili, constatando che non meritano altre parole, tuttavia, credo che dietro ci sia un fenomeno più profondo e che sia necessario un commento approfondito, sopratutto in difesa della paleontologia attaccata (a mio avviso ingiustamente e pretestuosamente) da quei discorsi.
In particolare, sarei disposto a discutere con eventuali sostenitori di quelle posizioni, a patto che essi prima abbiano fatto seriamente il seguente “esame di coscienza”:

Prima di criticare le ricerche scientifiche altrui, abbiate la decenza e la maturità di valutare se le vostre critiche sono basate su una attenta analisi della letteratura scientifica e non su voci, frasi fatte, o “cattivi” maestri. Accertatevi che sia l’oggettività e non la mediocrità a guidare le vostre parole. Avete letto gli studi scientifici che criticate? Oppure state solo perpetuando le opinioni di altri, senza averle pienamente comprese e valutate? La vostra opinione è personale o conformata a quella di altri? Se basate le vostre critiche sulle opinioni di altri, avete accertato se tali opinioni sono oggettive, scientifiche e ponderate, oppure sono solo sfoghi risentiti di sentimenti frustrati e delusi, spesso generati da episodi personali che non hanno niente a che fare con la ricerca vera e propria?
Se i veri motivi che guidano le vostre critiche sono solamente il gusto soggettivo (ho letto critiche alquanto futili, le quali dichiaratamente affermavano di disprezzare un ambito della ricerca solamente perché non rispondeva al loro gusto personale), se le vostre polemiche sono l’adesione acritica ad una posizione personalistica (spesso infondata) volta solamente a sfogare frustrazioni intime, se la base delle vostre insoddisfazioni scientifiche è solo l’incapacità di apprezzare le nuove metodiche della ricerca, se basate le vostre parole sull’emotività e l’immaturità, allora fareste bene a tacere, o limitarvi a dichiarare, con uno sforzo di onestà e maturità, il vostro limite, la vostra impreparazione tecnica e teorica, invece di gettare fango ingiustificato sul lavoro e l’impegno di tanti ricercatori seri.
Penso che sia segno di profonda mediocrità criticare la ricerca scientifica senza essersi documentati su tali lavori, ovvero, leggendo accuratamente quei testi scientifici: oltre ad essere una forma di rispetto verso il lavoro altrui (produrre un articolo scientifico non è come scrivere un post su un blog o un commento su un forum: è il risultato di mesi di ricerca, elaborazione e revisione), dimostrerà che siete dei potenziali interlocutori, meritevoli di attenzione.

Temo che questo appello cadrà nel vuoto; nondimeno, questa è la mia opinione sulla bassa divulgazione paleontologica che leggo in rete. Ripeto, ho il massimo rispetto umano e personale per chi perpetua simili opinioni, tuttavia, reputo la grande maggioranza delle loro affermazioni infondate scientificamente, spesso futili e pretestuose, oltre che dannose per la divulgazione, perché alimentano errori, falsi problemi, inutili divisioni e disaffezione nei lettori.

giovedì 27 novembre 2008

Tutti a Berlino!

...cliccate sul titolo del post.

lunedì 10 novembre 2008

Battezza questo dinosauro ucronico!


La zoologia speculativa è già stata citata in questo blog, così come su Geomythology.
Qui sopra ho un ipotetico abelisauro semiacquatico vissuto 15 milioni di anni fa in un'altra dimensione spaziotemporale...
In analogia con quanto fatto da illustri blogger prima di me, chiedo ai miei lettori di suggerirmi un nome scientifico (in latino, ovviamente) con tanto di etimologia da dare a questa bestia...

Per favore, non chiamatela “cladistica”

La frase più famosa attribuita a Dobzhansky, uno dei fautori della sintesi neodarwiniana a metà Novecento, dice che in biologia nulla ha senso se non alla luce dell’evoluzione. Ciò è ancora più vero in paleontologia, dove il tempo, la dimensione nella quale si dispiega l’evoluzione, è fondamentale. Se accettiamo che l’evoluzione darwiniana è l’origine di una discendenza con modificazioni, allora l’evoluzionismo darwiniano non è altro che lo studio e la descrizione della serie di queste modificazioni nel tempo. Se il mondo in cui viviamo fosse un paradiso darwiniano ideale, allora potremmo osservare in natura l’intera gamma delle modifiche evolutive. Purtoppo, il mondo reale non è la realizzazione dei nostri sogni, e la natura ci mostra una serie discontinua e contraddittoria di morfologie, adattamenti e funzioni. Nondimeno, noi riconosciamo l’esistenza di un ordine sottostante la cacofonia delle forme ed il caleidoscopio degli adattamenti. Tale ordine ha un nome: filogenesi. Almeno per le forme di organismi complessi a riproduzione sessuata, noi assumiamo che le specie note non si distribuiscono a caso nello “spazio dei viventi”, ma tendono a collocarsi in regioni definite sulla base di reciproche affinità. Già Linneo, padre della sistematica biologica, aveva intuito ciò. Tuttavia, Linneo sviluppò il suo sistema naturale all’interno di un paradigma creazionista e fissista: le specie erano categorie immutabili e discrete, vere e proprie caselle gerarchizzate nelle ormai arcinote categorie linneane (specie-genere-famiglia-ordine-classe-tipo). La sistematica linneana, creata un secolo prima de “l’Origine delle Specie” di Darwin, è quindi una descrizione pre-darwiniana e non-evoluzionista della biodiversità. La sua persistenza dopo Darwin probabilmente è dovuta al fatto che, almeno a livello delle sole specie viventi, il sistema Linneano (creato appunto per catalogare le forme attuali, dato che Linneo non conosceva l’esistenza dei fossili) non risulta contraddittorio. Esiste qui una sorprendente analogia con la Fisica Newtoniana (cioè quella classica): sebbene sappiamo che essa non sia “vera” ed universale come ritenuto fino all’inizio del XX secolo (in quanto non è in grado di descrivere i fenomeni alla scala atomica e a quella cosmica con la stessa precisione che hanno invece la meccanica quantistica e la relatività einsteniana) essa conserva ancora una sua validità alla nostra scala di dimensione e velocità (nella quale non è possibile rilevare le sue imperfezioni). Analogamente, la sistematica linneana persiste perché va bene per le specie attuali (che osserviamo alla nostra scala temporale, nella quale i processi macroevolutivi sono praticamente inesistenti), ma è insoddisfacente per le scale evolutive, quelle della paleontologia. Quindi, se conveniamo che l’evoluzione biologica è l’ordine sottostante la molteplicità dei viventi è evidente che il sistema di classificazione linneano creato in epoca pre-evoluzionista non può essere un criterio soddisfacente per ricostruirla. Un ulteriore difetto del sistema linneano è che esso non stabilisce una procedura standard per l’istituzione delle categorie tassonomiche: generalmente, le categorie vengono istituite sulla base di numerosi criteri, spesso vaghi e soggettivi, che non possono essere valutati con un metodo quantitativo che permetta di “misurare” l’attendibilità di eventuali ipotesi in conflitto tra loro.

Il criterio da seguire per la classificazione dei viventi dovrebbe avere due requisiti per essere valido scientificamente: 1) dovrebbe essere coerente con i suoi scopi, cioè basarsi sulla stessa dinamica che noi attribuiamo all’evoluzione, ovvero, dovrebbe fondarsi sulla comparsa di discendenza con modificazioni; 2) dovrebbe seguire un protocollo di procedure formalizzate, così che possa essere soggetto allo stesso tipo di controllo di cui sono oggetto tutte le ipotesi scientifiche.

Tale criterio esiste, ed è alla base della sistematica filogenetica, il sistema di classificazione che da alcuni decenni sta sostituendo l’obsoleta gerarchia linneana.

La sistematica filogenetica è una teoria evoluzionista matura: come tutte le teorie scientifiche essa ha dei limiti di applicazione, oltre i quali non ha senso che sia utilizzata, ha una procedura standard ripetibile da più ricercatori indipendenti tra loro, ed un criterio quantificabile di controllo e verifica: non è quindi una “scienza mistica”, difficilmente testabile, come è invece la sistematica linneana, la quale, mancando di un metodo uniforme di produzione delle ipotesi, è sempre stata appannaggio di pochi “esperti” difficilmente smentibili (quest’ultimo è il solo motivo per cui, apparentemente ed erroneamente, la sistematica linneana appare ad alcuni più “solida”: perché ha sempre avuto un’impronta “dogmatica” ed indiscutibile, non certo perché fosse più coerente con i dati).

Nell’immagine, un esempio della differenza fondamentale tra ipotesi evolutive basate su un approccio linneano e quelle basate sulla sistematica filogenetica: entrambi i diagrammi rappresentano la stessa filogenesi, ed esprimono lo stesso concetto (la natura monofiletica dei dinosauri all’interno degli arcosauri), pertanto, non è il risultato che le distingue. La differenza sostanziale è data dal metodo. Il diagramma di Bakker & Galton (1974) propone alcuni gruppi la cui natura monofiletica non è chiara, né viene testata (“Thecodonts”, “Ornithopods”, “prosauropods”), inoltre, non è specificato quale grado di “robustezza” caratterizzi i vari raggruppamenti, né viene fornita una descrizione dettagliata dei caratteri utilizzati (il testo descrive sommariamente alcuni caratteri a sostegno dell’ipotesi, ma non mostra l’intera serie delle evidenze). Il diagramma di Benton (1999) propone la stessa filogenesi, ma nella quale tutti i gruppi inclusi sono strettamente monofiletici (i gruppi “ambigui” come i “tecodonti” sono stati suddivisi in sottogruppi distinti chiaramente monofiletici), tutti i caratteri inclusi vengono descritti nell’articolo e mappati (nella matrice in basso) così da permettere a chiunque di controllarli, e nell’albero vengono evidenziati i gradi di “robustezza” dei gruppi ottenuti (i numeri vicino ai nodi sono % di frequenza nei test di controllo che esprimono proprio tale “robustezza”). Inoltre, viene esplicitato su quali basi alcuni caratteri siano significativi (perché apomorfici) oppure no (perché plesiomorfici).

Cosa implicano queste differenze di approccio? L’albero di Bakker & Galton non è testabile da eventuali critici: data la sua impostazione, esso può solo essere “accettato o rifiutato” senza discussione (ovvero, lo si accetta/rifiuta solo in base alla fiducia/sfiducia nell’autorità di Bakker & Galton). L’albero di Benton è invece testabile da eventuali critici: i caratteri citati nella matrice possono essere controllati (sui fossili citati), la matrice può essere ripetuta e ri-analizzata più volte separatamente, le eventuali ambiguità nelle distribuzioni dei caratteri possono essere individuate e corrette: tale ipotesi è quindi accessibile ai ricercatori, i quali non l’accettano/rifiutano in base all’autorità di chi la propone, ma in base ai dati, ai metodi proposti ed ai risultati quantificabili.

Ripeto: non sono gli eventuali risultati a fare la differenza tra metodo linneano e filogenetico (infatti, nell’esempio i due diagrammi sostengono la stessa idea, cioè la monofilia di Dinosauria), ma i metodi usati. Ovvero, la metodica della sistematica filogenetica, fornendo ipotesi ripetibili e quantificabili, è molto più scientifica della linneana.

Per chiudere, se potete, evitate di chiamarla “cladistica”: termine erroneo e riduttivo nei confronti di una metodologia sistematica multidisciplinare, che non si limita (come invece pensano erroneamente alcuni critici) a costruire cladogrammi.

Bibliografia:

Bakker & Galton, 1974 - Dinosauri Monophyly and a New Class of Vertebrate. Nature, 248: 168-172.

Benton, 1999 - Scleromochlus taylori and the origins of pterosaurs and dinosaurs. Phylosophical Transactions of the Royal Society of London, 354: 1423-1446.