giovedì 31 maggio 2007

Istinto Mesozoico


Un vero teropode non teme di affrontare uno gruppo di mammaliformi. Un gruppo di mammaliformi arretra sempre al passaggio di un vero teropode.
Notare il terrore negli occhi del tigrotto al centro e il vano tentativo di fuga dei due sullo sfondo... i teropodi invece si aggirano noncuranti di tutto e tutti.


"Non si può sopprimere un istinto vecchio di 65 milioni di anni..." A. Grant in "Jurassic Park"

mercoledì 30 maggio 2007

Leggende Ultrazionali

Oltre che poeti, gli stimabili amici del Demiurgo sono anche cantastorie.
Ecco due esempi di epica ultrazionale, scritti in tempi differenti da menti differenti...
Leggenda Metropolitana
Non molto tempo fa nella città senza nome, in un grazioso appartamento viveva colui che definiremo, per comodità, Mr. X.
Come succede di solito tra le 2 e le 3 arrivò, anche quel giorno, il pomeriggio. Nella stanza occupata da Mr. X c’era nebbia pesante, una bruma dolciastra e olezzosa di arrosto ormai tipica di quel sito, ma Mr. X non era molto interessato a quei vapori a lui tanto graditi poiché tra i vari problemi che in quel momento aveva ve ne era uno più pressante degli altri: doveva buttare via l’intero pomeriggio e non sapeva come fare.
Mentre rifletteva sul da farsi, un passerotto si appoggiò sul davanzale della finestra e cantò, una lampadina si accese, un sms sperduto da tempo nei meandri dell’universo telecomunicativo arrivò a destinazione e lo stesso Mr. X ebbe la prima di tre illuminazioni che avrebbero reso quel giorno indimenticabile: decise di correggere il caffè; non una normale correzione che un qualsiasi alcolizzato sarebbe riuscito a fare, ma un’elaborazione che prevedeva di tagliare il caffè con un certo vegetale assai difficile da reperire, ed ancor più difficile da gestire.
Mr. X era in cucina intento ad accendere il fuoco sotto la caffettiera, quando improvvisamente il campanello della porta suonò. Il fatto che fosse il campanello della porta e non quello del citofono suscitò in lui due emozioni contrastanti: visto il codone di paglia che si portava dietro ebbe paura perché all’occorrenza avrebbe avuto meno tempo per ripulire la casa, parallelamente, visto il suddetto codone di paglia, era sollevato di poter vedere dallo spioncino della porta chi fosse il visitatore, impresa peraltro impossibile dal citofono. Mr. X si avvicinò senza far rumore alla porta e cautamente guardò nel piccolo foro.
Dall’altra parte dell’uscio vi era un vecchietto dall’espressione gioviale con un sobrio completo di color marrone; notando il piccolo crocefisso attaccato al taschino della giacca marrone, Mr. X si ricordò di aver ricevuto un avviso comunicante il fatto che un prete sarebbe venuto a benedire le case quel pomeriggio. Tirato un esagerato sospiro di sollievo, Mr. X aprì.
Dopo aver osservato Mr. X per qualche tempo, il prete con espressione contrita e alquanto delusa disse che era venuto per benedire la casa e che immaginava che in quel particolare appartamento i suoi servizi non sarebbero stati necessari, ed ecco che un lampo di genio, un attimo di follia, un momento di stravaganza, un istante di stupidità pervasero Mr. X. Rivolgendosi al prete, disse che purtroppo non era più un credente ma che in gioventù sia per formazione che per spirito era stato un convinto cattolico praticante; aggiunse anche che ultimamente molte cose nella sua vita erano cambiate, che un ciclo si stava per chiudere e che un altro si stava per aprire e che tutto questo l’aveva portato a riflettere; disse che stava riesaminando le scelte da lui effettuate e che forse ve ne erano alcune non troppo esatte, per cui chiese al prete se gli poteva fare un favore.
Il prete dubbioso acconsentì e si lasciò accompagnare da Mr. X all’interno di una stanza alquanto grande ed alquanto incasinata. Su tutta la confusione troneggiava un monumentale armadio dalle cui fessure uscivano strani cavi elettrici e bagliori inconcepibili mentre un basso gorgoglio proveniente dal suo interno faceva tremare il pavimento sottostante. Portato il prete davanti a questo mobile inquietante gli spiegò che tale oggetto conteneva la sua tesi di laurea, un esperimento che avrebbe richiesto tre mesi di delicate cure e di amorevoli attenzioni e gli chiese se sarebbe stato così gentile da benedire quel armadio.
Il prete un po’ sorpreso ed un po’ compiaciuto estrasse una piccolo libro dalla tasca, si sistemò gli occhiali sul naso, lesse qualche frase molto significativa e poco interessante, sprecò alcune parole sull’impegno nello studio e dopo un minuto di raccoglimento ambedue conclusero con un amen rituale.
Infine Mr. X scortò il prete verso l’uscita dell’appartamento. Entrambi erano soddisfatti di loro stessi, ma per motivi alquanto differenti, quando, senza preavviso, la caffettiera fischiò rivelando che il caffè ormai dimenticato era pronto. I neuroni di Mr. X si attivarono istantaneamente lavorando così velocemente che quand’ebbero finito l’entropia dell’universo era aumentata di un punto percentuale ed egli disse le fatali parole:
“Posso offrirle un caffè?”
Fine
Come in tutte le leggende metropolitane c’è un fondo di verità, a voi capire fin dove una mente malata può spingersi.
La leggenda delle leggende
Mi alzo la mattina, in volo radente verso i miei doveri di umano componente della società, infilo la porta e mi riverso nelle vie trafficate, dove il resto della società affolla lo spazio che mi divide dalla mia destinazione.
La meta non è ambita, quindi perdo il tempo che mi è possibile facendo girare l'economia di un piccolo bar, pagando le prime poche calorie della giornata e proferendo uno scontatissimo "cappuccio e brioches".
Una veloce occhiata al giornale steso sul tavolo già pieno di briciole, giusto per sentirmi parte del grande mondo anastomizzato, in cui il presidente degli Stati Uniti commenta la fame nel terzo mondo, mentre anonimi scienziati di un'altrettanto anonima università rendono nota la scoperta di un nuovo meteorite che forse colpirà la Terra tra duemila anni.
E' ora di andare.
Tra un sorpasso, un colpo di clacson e qualche insulto, arrivo al traguardo, dove il premio è una giornata uguale alla precedente e probabilmente anche alla successiva.
La soddisfazione sta tutta in una pausa caffè, quattro chiacchiere veloci coi colleghi e un paio di occhiate furtive alla solita gonna, troppo corta per fermare le fantasie che s'arrampicano sulle lunghe gambe accavallate.
La giornata è tanto veloce quanto bella, ma giunge presto l'ora di tornare a casa; finalmente un po' di relax, davanti alla tv, che poi stasera c'è il film con quel tipo che spara un sacco.
"Dai che stasera andiamo a farci una birra in quel locale"… merda, me n'ero dimenticato, ma meglio così, tanto quel film l'ho già visto tre volte e poi sparano troppo.
Cena veloce e poi cinque messaggi più due telefonate per mettersi d'accordo su dove trovarsi, che poi è sempre il solito posto.
Il locale è uno di quei pub un po' bui e con un sacco di cianfrusaglie appese ai muri, ma hanno la birra buona e c'è sempre un sacco di figa.
Tavolo per cinque, tutti colleghi che già stanno prendendo per il culo il capo per quella cosa che è successa oggi. A vederci sembriamo dei quarantenni e invece il più vecchio ne ha trentuno.
Ecco che come al solito partono i mal celati tentativi d'approccio con la cameriera, che ovviamente si limita a darci le solite liste con pagine e pagine di birre.
Quindici minuti per decidere cosa prendere e quando la cameriera torna sputo un "Per me un'Heineken"…
Dal tavolo a fianco partono subito le risate, ovviamente destate dalle mie parole, e due individui si voltano ridendo. Hanno un'aria strana, come se stessero osservando la gente intorno ed i loro comportamenti, ed ogni volta si scambiano un veloce sguardo come di conferma scoppiando a ridere. Saranno due fannulloni, di quelli che la sera vanno a bere nei bar e poi fanno danni perché ubriachi, frutti di chissà quali situazioni disagiate; non mi stupirei se fossero dei drogati.
Mentre finiamo le nostre birre i due del tavolo a fianco si guardano e dopo un breve cenno si alzano per andarsene; un senso di sollievo mi percorre, come se la presenza dei due figuri, tanto diversi dagli altri, anche se non insoliti nell'aspetto, disturbasse la mia sicurezza di ligio componente della società.
A metà strada per l'uscita uno dei due si ferma, due passi più avanti l'altro fa lo stesso, si guardano un attimo e, come reagendo ad un qualche fatto a me sfuggito, fanno entrambi e contemporaneamente un gesto portandosi un pugno davanti al volto teatralmente serio e corrucciato, dopodiché scoppiano a ridere per l'ennesima volta e scompaiono definitivamente.
Continuo la mia serata tra discorsi di lavoro e qualche fredda battuta, ripensando di quando in quando ai due indecifrabili individui.
La serata passerà presto e domani inizierà una nuova giornata, uguale alla precedente e probabilmente anche alla successiva, almeno per me.

I due loschi figuri furono successivamente avvistati separatamente, in tempi e luoghi diversi.
Uno fu visto in cima ad una scogliera della Scozia, mentre, con lo stesso gesto compiuto quella sera nel pub, quasi coperto dall'ululante vento di tempesta, e circondato da veleggianti gabbiani mesozoici gridava "Ci sto!".
L'altro si dice che sia stato avvistato una notte, durante un violento temporale, sfrecciare velocemente in sella ad una moto, preceduto da un boato simile al tuono.
In ogni caso nessuno vi confermerà mai di averli visti con certezza e rimarranno avvolti dal mistero che tuttora ne fa una leggenda popolare che risuona ai quattro angoli del mondo.

martedì 29 maggio 2007

Aforismi Ultrazionali-Prima Puntata

Regolarmente immetterò aforismi miei e non solo miei, e chiunque ritiene di avere aforismi degni di essere pubblicati, non deve fare altro che mandarmeli come commenti con la scritta: "Aforisma"(poi sta al mio gusto decidere se meriteranno o meno di essere pubblicati)...

"Quanto è strano che chiunque non si renda conto che un'osservazione, se vuole essere di una qualche utilità, deve essere pro o contro una particolare concezione".
C. R. Darwin-1861

"L'evoluzione è scaricare su un sistema superiore la colpa per la merda che siamo diventati".
Curz-novembre 2006

"Dire di fare vitimprop è molto vitimprop".
Demiurgo Ultrazionale-2007, dopo aver riletto una pagina di "1984".

"Il destino di un'autapomorfia è diventare sinapomorfia. (obsolescenza)".
Demiurgo Ultrazionale-2006, dopo aver letto la revisione del genere Titanosaurus.

“L’ASSUNTO DI UN UNIVERSO FINEMENTE REGOLATO IMPLICA CHE LA VITA BIOLOGICA NON SIA UNA CONSEGUENZA DELLE CARATTERISTICHE DELL’UNIVERSO, MA UNA PARTE INTEGRANTE DI QUESTE CARATTERISTICHE”.
Curz e Demiurgo Ultrazionale-23 novembre 2006 (questa frase, che il giorno dopo sarebbe stata usata nell'esame di laurea del Curz, ha richiesto 20 minuti di discussione per essere elaborata... ed ancora si dubita sul suo senso).

Il Pupo e la Secchiona

Come sempre, dopo dei post "seri" è giusto stemperare un pò i toni...
Sei un ragazzo tra i 18 ed i 28 anni e vuoi partecipare al nuovo programma idiota ed umiliante di Canale 5? Allora scrivi alla redazione di IL PUPO E LA SECCHIONA!
Requisiti per lui:
Bell'aspetto, prestanza fisica, grande cura per il proprio corpo e per i propri capelli, tendenza al tamarro-attillato, scarse capacità nel prendere appunti e pessima calligrafia, difficoltà nel parlare diligentemente un italiano comprensibile, propensione al tacchinaggio e all'esagerazione.
Requisiti per lei:
Scarsa rispondenza ai canoni estetici femminili dominanti (ti vesti da catechista-suoretta), incapacità di usare il trucco, assenza di minigonne e scollature, ami prendere appunti con dodici diversi colori di evidenziatore, hai una calligrafia perfettina e tutta rotondetta e correggi gli errori con il bianchetto (tre diminutivi-vezzeggiativi in una frase...), passi tutto il tempo a preparare degli esami e non hai usato espressioni più volgari di "stupido".

Manda il tuo curriculum con foto all'ideatore e conduttore del programma (www.ilPupo&laSecchiona.org), così ci faremo quattro belle risate alle tue spalle...
Potrai partecipare al nostro reality nel quale coppie di pupi&secchione cercheranno di trasformarsi a vicenda! Il tutto all'interno di un villone pieno di telecamere (che novità). La giuria sarà composta da ex criminali di guerra serbi e paramilitari colombiani.
A NOVEMBRE SU CANALE 5!

lunedì 28 maggio 2007

Dedicato a chi vuol vivere "secondo natura"

Volete voi vivere "secondo natura"? O nobili Stoici, quale impostura di parole! Immaginatevi un essere come la natura, dissipatrice senza misura, indifferente senza misura, senza propositi e riguardi, senza pietà e giustizia, feconda e squallida e al tempo stesso insicura, immaginatevi l'indifferenza stessa come potenza - come potreste vivere voi conformemente a questa indifferenza?

F.W. Nietzsche

Pescare nel Cretacico

La recente descrizione di una pista fossile lasciata da un dinosauro durante il nuoto su un basso fondale mi ha portato a valutare quali siano i dinosauri più adattati alla vita acquatica. Tradizionalmente, i dinosauri giganti erano considerati statiche creature semiacquatiche, confinate all’acqua per via del loro enorme peso. Oggi questa idea è superata: tutti i dinosauri sono biomeccanicamente strutturati per vivere sulla terraferma, e finora non è stato rinvenuto nessun dinosauro adattato a vivere permanentemente in acqua. Per quanto possa sembrare curioso, i dinosauri che maggiormente hanno sviluppato adattamenti acquatici sono gli uccelli della linea moderna (gli ornituri): in particolare due gruppi (i pinguini e gli estinti esperorniti) si possono considerare i migliori dinosauri nuotatori. Aldilà di questi due casi interessanti, il gruppo di dinosauri (esclusi gli uccelli) che ha acquisito il maggior numero di caratteristiche idonee allo sfruttamento degli ambienti acquatici è l’aberrante famiglia dei teropodi spinosauridi.
Il genere che dà il nome alla famiglia, Spinosaurus, è uno dei dinosauri più controversi e spettacolari che si conoscano. Scoperto quasi cento anni fa in Egitto (e successivamente in altre zone del Nordafrica), questo teropode prende il nome dalle altissime spine neurali che si sollevavano sulle vertebre del dorso: esse raggiungono l’altezza di un metro e sessanta centimetri, e probabilmente sostenevano una grande cresta dorsale che, tra le varie funzioni proposte per giustificarne l’evoluzione, doveva conferire un’inconfondibile (e terrificante) silouette all’animale che la portava (Nota: io ho un morboso attaccamento per le spiegazioni di tipo sessuale nei confronti di quelle strutture anatomiche vistose ed apparentemente ingombranti come creste, corna e vezzosità varie: Spinosaurus non fa eccezione. Se un giorno scoprissimo altri esemplari di schiene di Spinosaurus oltre all’unica nota, non mi sorprenderei se risultassero identici tranne che per l’assenza della vistosa cresta... potrebbero trattarsi di femmine. Ovviamente, solo la scoperta di un campione sufficientemente alto di individui potrebbe confermare la mia suggestione). Aldilà della cresta dorsale, Spinosaurus è un teropode gigantesco, della stessa taglia dei ben più citati superteropodi Tyrannosaurus e Giganotosaurus (nessuno cita mai Deinocheirus... forse perché ciò che impressiona il pubblico sono le chiostre di denti, e non un paio di braccia lunghe più di due metri... sigh!). Non entro nel merito della discussione su quale sia il più grande di tutti i teropodi noti: è una discussione che, secondo me, rasenta il ridicolo, sopratutto quando viene fatta sulla base di stime di stime di stime di estrapolazioni di parti non confrontabili (fine commento).
Tornando a Spinosaurus, quello che conosciamo della sua anatomia si può dividere in due aree: le parti effettivamente note e descritte, ovvero la metà anteriore del cranio e della mandibola più le già citate vertebre dorsali (più qualche cervicale); e le parti ignote ma ricavabili dalla comparazione con gli altri spinosauridi noti, in particolare l’arto anteriore e la regione posteriore del cranio. Quello che ne risulta è un animale aberrante (rispetto ai teropodi “standard”... qualunque cosa questa ultima espressione possa significare per un gruppo che va dai colibrì ai carnotauri): oltre alla cresta dorsale, Spinosaurus dispone di un lungo muso simile a quello di un coccodrillo (o meglio, di un misto tra un gaviale ed un airone) fornito di denti conici e privi di seghettatura (molto diversi dai tipici denti teropodi, che sono simili a coltelli, schiacciati lateralmente e seghettati lungo i bordi), di una stretta cresta nasale, di un’insolita narice posta molto indietro nel cranio (caratteristica che potei vedere in privilegiata anteprima al Museo di Storia Naturale di Milano, prima della descrizione ufficiale: [nella foto fatta da me quel mitico giorno, abbiamo il futuro PhD Simone Maganuco che sorregge il rostro di spinosauro che ha descritto con Cristiano Dal Sasso]),
di una regione posteriore del cranio “deformata verso il basso” (nel disegno ciò è evidenziato dalla posizione dei cerchi arancio e rosa: confrontandoli con quanto accade negli altri teropodi, entrambi sono posti molto in basso rispetto al piano del palato), e (probabilmente, se era simile agli altri spinosauri noti) di un paio di corte e robuste braccia armate di enormi artigli a falce (sopratutto nel primo dito).
Cosa ha di acquatico questa combinazione di caratteri? Molto, se si sa valutare il tutto nel suo contesto paleoecologico.
In effetti, se invertiamo il senso di “aberrazione” del cranio di Spinosaurus, il quadro si fa più sensato. Invece di considerare la regione posteriore come deformata, proviamo a disporla “tradizionalmente”: ovvero, disponiamola con l’articolazione mandibolare (il cerchio arancio) sullo stesso piano verticale del condilo occipitale (il cerchio rosa, il punto di attacco della testa al collo). La regione anteriore viene necessariamente ruotata in senso antiorario di circa 45°, proiettandosi verso il basso, mentre l’asse principale della cavità orbitale si fa, da inclinato in avanti, più verticale (linea verticale verde: in tutti i teropodi l’asse dell’orbita tende ad essere parallelo al principale asse di scarico delle forze impresse nel morso: è quindi un buon indicatore di quale fosse l’inclinazione ottimale della testa). Da un punto di vista dinamico, questa postura del cranio è una disposizione ideale per lo scarico del peso: con una testa tanto lunga (si stima intorno a 1 metro e settanta centimetri), era sicuramente meno dispendioso tenerla inclinata a 45° piuttosto che in orizzontale. Anatomicamente, ciò produce: l’allineamento lungo un piano orizzontale della narice esterna (freccia rossa) con i denti più posteriori, e con lo sbocco posteriore del palato osseo (freccia verde, dove le vie aeree si immettevano nella faringe, la zona comune alle vie aeree ed alimentari). Questa disposizione, unita alla dentatura specializzata, avrebbe permesso a Spinosaurus di mantenere costantemente la bocca in acqua per cercare le sue prede senza il rischio di annegare, massimizzando il tempo di ricerca del cibo.
Dato che gli spinosauridi non mostrano adattamenti negli arti tali da permettere una vita in acque aperte, né, data la mole, sembrano in grado di un nuoto rapido e fulmineo, è probabile che essi cacciassero in maniera simile agli aironi, tramite improvvise immersioni del rostro in acqua.
Ovviamente, ad uno spinosauro di più di dodici metri occorrerebbero pesci della sua portata per giustificare un simile armamentario. In particolare, sarebbero perfetti dei grossi e pesanti pesci, possibilmente amanti delle acque basse. In effetti, la fauna ittica proveniente dagli stessi strati che ci stanno restituendo gli spinosauri abbonda di grossi sarcotterigi basali (tozzi pesci polmonati lunghi anche un paio di metri, adattati a vivere in acque basse e non particolarmente ossigenate): è quindi probabile che essi costituissero la principale fonte alimentare di Spinosaurus. Nel disegno in fondo si vede bene come i più grossi sarcotterigi rientrino nel raggio d’azione combinato di arti anteriori e bocca di Spinosaurus, inoltre, la bassa profondità degli specchi abitati da questi pesci permettava al teropode di assumere la postura più idonea che gli permettesse di spostarsi mantenendo il rostro costantemente immerso.
Bibliografia utile:
Dal Sasso, C.; Maganuco, S.; Buffetaut, E.; and Mendez, M.A. 2005. New information on the skull of the enigmatic theropod Spinosaurus, with remarks on its size and affinities. Journal of Vertebrate Paleontology 25:888–896.
Henderson, D.M. 2002. The eyes have it: the size, shape and orientations of theropod orbits as indicators of skull strength and bite force. Journal of Vertebrate Paleontology 22: 766-778.
Sereno, P. C., A. L. Beck, D. B. Dutheuil, B. Gado, H. C. Larsson, G. H. Lyon, J. D. Marcot, O. W. M. Rauhut, R. W. Sadleir, C. A. Sidor, D. Varricchio, G. P. Wilson, and J. A. Wilson. 1998. A long-snouted predatory dinosaur from Africa and the evolution of spinosaurids. Science 282:1298–1302.
Stromer, E. 1915. Ergebnisse der Forschungsreisen Prof. E. Stromers in den Wüsten Ägyptens. II. Wirbeltier-Reste der Bahariye-Stufe (unterstes Cenoman). 3. Das Original des Theropodes Spinosaurus aegyptiacus nov. Gen., nov. Spec. Abhandlungen der Königlich Bayerischen Akademie der Wissenschaften, Mathematisch-Physikalische Klasse, München 28:1–28.
Sues, H.-D., E. Frey, D. M. Martill, and D. M. Scott. 2002. Irritator challengeri, a spinosaurid (Dinosauria: Theropoda) from the Lower Cretaceous of Brazil. Journal of Vertebrate Paleontology 22: 535–547.

sabato 26 maggio 2007

W le elezioni!

Dovrebbero fare le elezioni amministrative + spesso:
Tutte le strade sono state riasfaltate, le piste ciclabili espanse, i parchi rinverditi o creati dal nulla...
Prodigi della Mediocrazia Demagogica...
Domani si vota, e non ho ancora deciso come votare (avete letto bene: COME): perchè di sicuro entrerò nella cabina, ma poi come esprimerò il mio pensiero, è un altro paio di maniche...

Intelligenza relativa, stupidità assoluta

Dopo quello che uso come firma dei post, questo è il mio (creato da me) aforisma preferito:
“Metà della nostra intelligenza è nella stupidità di chi ci circonda”.
Riflettetene e ne converrete (se non lo capite, la vostra stupidità non farà che avvalorarlo per me).

venerdì 25 maggio 2007

Degenere, Esogeno, Euginico (Seconda Parte)

Nel futuro, non tanto lontano se misurato a secoli, ad un certo punto le razze
umane civilizzate avranno quasi completamente sterminato e sostituito le razze
selvagge in tutto il mondo. Nello stesso periodo le scimmie antropomorfe, come
ha osservato il prof. Scaaffhausen, saranno state senza dubbio sterminate. La
frattura fra l’uomo ed i suoi più prossimi affini sarà allora ancora più vasta,
poiché sarà una frattura tra l’uomo, ad uno stadio ancora più civilizzato,
speriamo, di quello caucasico, ed alcune scimmie inferiori […].
C. R. DARWIN


Nel precedente post ho introdotto un’ipotetica umanità futura (UF) ed un altrettanto ipotetico sistema tassonomico (TF) che suddivide UF in due categorie: “euginici” (EU) ed “esogeni” (ES). Abbiamo visto che, secondo TF non tutti i membri dell’umanità attuale (UA) sarebbero classificabili: abbiamo quindi definito i membri di UA non classificabili con TF come “degeneri” (D).
Inoltre, in base ai nostri criteri di classificazione attuale (TA) non è possibile distinguere un esogeno da un euginico. Ciò che sappiamo è solamente che nessun membro di UA è classificabile come euginico.
Quindi:
1.D ≠ ES ≠ EU
2.UA = D + ES
3.UF = EU + ES
Abbiamo anche detto che la probabilità che un membro di UA sia D è del 50%: da ciò deriva che anche la probabilità che un membro di UA sia un ES è del 50% (sulla base del punto 2).
In base alla TF, D è inesistente: o si è EU, o si è ES. Le due tassonomie (TA e TF) sono incompatibili nel trattare D (inesistente in TF) e EU (inesistente in TA), mentre potrebbero essere confrontabili nel modo di classificare gli ES.
ES è definito sulla base di un caratteristica negativa, ovvero: tutti gli UF che non sono EU sono ES (ES = UF - EU). Al contrario, EU è definito sulla base di caratteristiche “positive” (cioè non basate sull’assenza di attributi, ma sulla loro presenza), inesistenti in UA: quindi, le uniche categorie “reali” sono EU, UA ed UF, definite da una (o più) caratteristica(-che) positiva(e), mentre ES (da sola, senza EU) e D sono “fittizie”, definite relativamente ad una mancanza di caratteristiche (ES è ciò che in UF non è EU, D è ciò che non può essere in UF: vedi diagramma).
Se un tassonomo del futuro incontrasse un’esemplare attuale non classificabile né come esogeno né come euginico (e che noi abbiamo chiamato degenere), come lo definirebbe? Se l’umanità (nel sistema concettuale futuro) è definita solo da esogeni ed euginici, allora il nuovo individuo non può essere (per i canoni futuri) un essere umano. Tuttavia, se il tassonomo incontrasse un esemplare attuale non-degenere (vi ricordo che solo il 50% degli individui attuali è degenere) lo identificherebbe come umano, e constatando che non è euginico, ne dedurrebbe che è esogeno.
Questa è la situazione teorica.
Prossimamente esporrò ampiamente i dettagli della Teoria Euginica (IE), e i modi attraverso i quali è possibile giungere ad una Norma priva di Degenere.

Degenere, Esogeno, Euginico (Prima Parte)

Qualunque tassonomia deve essere necessariamente arbitraria e contingente: essa è un prodotto della storia, la quale, falcidiando la continuità, ha prodotto lacune, salti, discontinuità. Le discontinuità storica, così consona con i bisogni di categorie della mente, diventa, da causa contingente dei "tipi", giustificazione e prova necessaria delle tassonomie. Un esempio, basato su precedenti post: è solo la totale mancanza nelle faune viventi di tutte le multiformi morfologie dei dinosauromorfi non-uccelli a rendere gli uccelli così "diversi" dai restanti "rettili"; è solo il gap di forme prodotto dalla storia ad aver indotto nei tassonomi pre-cladistici l'arbitario confine tra uccelli e rettili. Una volta colmato (coi fossili), il confine sfuma, si annulla, perde di importanza e si rivela per l'arbitrio convenzionale che è realmente.
Immaginiamo ora un mondo futuro, nel quale la Storia di millenni abbia reso un arbitrario atto di selezione la Norma. Immaginiamo un mondo suddiviso in due tipi di umanità, due forme umane apparentemente indistinguibili al nostro occhio, ma nettamente distinguibili da coloro che sono cresciuti e si sono formati in quel mondo concettuale. Immaginiamo che, se potessimo osservarlo e valutarlo con i nostri canoni attuali, noi saremmo costretti a creare una nuova categoria per tutti coloro che oggi esistono ma che in quel mondo futuro non sono nè previsti nè immaginabili.
Chiamiamo le due categorie umane del mondo futuro con i termini di "esogeno" ed "euginico" (per ora non cerchiamo di capire cosa significhino e come si distinguano).
Sulla base di un criterio che ora non specificherò, esiste il 50% di probabilità che un essere umano attuale non sia nè euginico nè esogeno. Esso, l'essere umano non riconducibile alle due categorie umane future, lo chiamereno "degenere".
Inoltre, sempre sulla base di criteri che ora non specifico, nessun essere umano attuale è classificabile come euginico: di conseguenza, l'umanità attuale può essere valutata (sulla base dei criteri classificatori del futuro) in due componenti: esogeni e degeneri.
Fine Prima Parte.

martedì 22 maggio 2007

Poeti Maledetti - Atto II

Pubblico anche questa opera del mio amico poeta. Spero che l'impaginazione sia rispettata (purtroppo, di questi tempi, al nostro poeta non è più concesso alcun rispetto nè di spazio nè di tempo [chi ha orecchie per intendere intenda])...

Quotidiane certezze deliziosamente inconsistenti

La mattina inizia con la consapevolezza che nulla è cambiato, con la
certezza che oggi è la continuazione di ieri, che il mondo è
rotondo, che io sono vivo, che ciò che vedo è reale e che
sporgendomi dal letto i miei piedi troveranno una superficie su cui
poggiare.
Ogni singolo pensiero trova radici in queste certezze e nulla in me
metterebbe in dubbio il tutto.
Ma oggi è diverso, qualcosa è cambiato, non esiste alcuna continuità
nelle cose, tanto meno nel tempo, quindi "oggi" non è
obbligatoriamente figlio di "ieri", il mondo potrebbe avere
qualsiasi forma, poiché mai i miei occhi l'hanno visto ed allo
stesso modo io potrei essere puro pensiero, privo di vita, entità
galleggiante in una scenografia che è solo interpretazione di
stimoli percepiti assunti a "realtà" e al di là del bordo del mio
giaciglio potrebbe esserci qualsiasi cosa ad aspettarmi, sempre che
io sia in un letto, che il letto abbia un bordo e che io possa
realmente muovermi per arrivarci.
Da un tale punto di vista estremamente scettico verso la totalità
delle cose, il tutto appare molto diverso, un posto molto
interessante e tutt'altro che scontato, forse un po' inquietante in
quanto potenzialmente ignoto, ma sicuramente è il posto in cui
preferisco sostare, che io sia vivo o morto, materiale o meno, reale
od illusorio.

Benvenuti nel mio mondo, ma diffidate, perché forse non siete lì
seduti e forse non state leggendo queste parole.

lunedì 21 maggio 2007

Poeti Maledetti, maledetti poeti

Pubblico due opere di un giovane poeta della corrente ultrazionale.
Nelle sue composizioni, dove alterna poetica ed argomentazione, egli parla della sua vita, dei drammi tormentati che lo hanno coinvolto, delle illusioni delle viscere che ha patito, del piacere di risolversi nel riso.
Dovete immaginarvelo sul bordo di una scogliera, sullo sfondo il tempestoso mare al tramonto, il vento che gli scompiglia i capelli e la barba.
La tenacità dei tuberi
I tuberi sono restii alla morte, necessitano di poco, quasi nulla,
ma nulla basta loro per considerare fertile un terreno.
Giusto questa mattina un tubero interrompe la mia colazione per chiedermi quale sia la ragione della sterilità di molti terreni, i quali, dopo aver concesso di attecchire, negano qualsiasi fonte di sostentamento necessaria.
Dopo un breve scambio di opinioni il tubero si sofferma un attimo a pensare e poi mi dice:
"Per la prima volta nella mia vita ho cominciato a pensare che forse da soli si sta meglio…"
Pur condividendo l'opinione del giovane tubero, ho provato una sorta di senso di colpa per aver palesato così duramente il precario equilibrio costi/benefici che regola una coltura a due, proprio come qualche tempo prima mi riferiva un meno giovane bipede implume del quasi rimorso provato per aver convinto una sua vecchia conoscenza della probabile inesistenza dell'entità suprema.
Appare quasi inverosimile lo sgomento provato dai più per aver scoperto d'essere totalmente autosufficienti ed indipendenti da miti e fedi, dovendo essere ciò più logicamente fonte di sollievo e rinascita. Evidentemente i precoci indottrinamenti ricevuti convincono un giovane tubero che gli sia indispensabile un terreno e che esista qualcuno che prima o poi dall'alto farà pervenire la necessaria acqua.
Tanto più questo è vero quanto più difficile si rivela l'accettare che in tutto ciò di necessario non v'è nulla.
Ma i tuberi sono restii alla morte, necessitano di poco, quasi nulla…
A Colui che Cade col Sorriso*
Nell'allegro passeggiar della serata,
dopo aver la medieval festa vissuta,
lo spedito passo del compare ho interrotto,
colpevolmente provocando la sua unione col selciato.
"Mea culpa", professai più tardi, ma subito da egli ammonito capii
quanto il verbo tra noi fosse superfluo.
Il mio rispetto a colui che cade col sorriso.
*titolo proposto dall'editore demiurgico

mercoledì 16 maggio 2007

Laurea in Ultrazionale

In questi tempi di riforme e controriforme universitarie, nella proliferazione abnorme di sub-para-tipologie di lauree, masters, stages, dottorati, post-dottorati, diplomi e corsi ibridi, persisteva una lacuna nel panorama accademico.
Fortunatamente, è stata colmata.
In data odierna, il Ministero del Logos istituisce il:
Corso di Laurea in UltRazionale
Caratteristiche del corso. Indotto dalla consapevolezza che la post-modernità logica e relativista-responsabile, ironico-scettica e nichilista-positiva richiede una formazione specifica ed una cultura elevata capace di sostenere le sfide coll'imperante mediocrazia medievale, il corso, di durata pluridecennale, si prefigge di formare la figura professionale del Dottore Ultrazionale, baluardo dell’Occidente nei confronti delle patologie interne all’occidente stesso: superstizione, pensiero dogmatico, oscurantismo, nichilismo negativo (cristianesimo e derivati laici), anti-ironia, culto della morte e del dolore, antropocentrismo e irrazionalismo.
Ordinamento. Il corso comporta i seguenti insegnamenti fondamentali.
Logica.
Scienze Naturali.
Epistemologia.
Sinantropologia (che non studia Homo erectus pekinensis, bensì l’intera scienza dell’uomo, senza fittizie distinzioni tra antropologia biologica e culturale).
Teoria e Pratica dello scetticismo maturo.
Scienza dell’Oltre.
Fondamenti di comicità e didattica del demenziale.
Tecniche di Dissuasione dal Visceralismo Ingenuo.
Scienze della Pezza.
Convivialismo e Pratica Gastronomica. Laboratorio di Enologia e Magistero della Birra.
Filologia e Retorica.

L’ammissione al corso è vincolata al superamento di una prova di merito e di responsabilità.
Sbocchi professionali (non alcolici): si acquista un consolidato senso di autoironica dissacrazione, gioia del vivere e del ridere, si rafforza la capacità di essere liberi e distaccati.
Iscrizioni per l'anno acacdemico 2007-2008 al link:

Ipse Dixit

Questa notte alle ore 01.00 dell'Europa Centrale, adagiati tra divani e parquet, nel covo di Clastu (il Ghost Biker Padano), in compagnia del Demiurgo Ultrazionale e del Teatino Forestale, Curz (l'artista precedentemente noto come "Prince of Mantua"), in preda a effluvi amaro-montenegrini e di vari malti e frumenti distillati, ha detto:
"Sono un Conquistatore dell'Inutile".
Dato il contesto, era doveroso immortalare la frase, chiara e limpida definizione di "artista".

martedì 15 maggio 2007

Onnivoria responsabile

Nel precedente post sui Masnadieri avevo volutamente inserito un commento-esca, fatto apposta per la mia (e)neoceltica preda. La quale, conformemente alla sua natura, mi ha risposto con un Fiume di parole.
Sarebbe tedioso argomentare con contro-discorsi generici su alimentazione e animali da carne, quindi mi limiterò ad analizzare proprio la risposta dell’(e)neocelta, cercando di capire cosa dica.
L’(e)neocelta ha detto:
"Il vegetarianesimo da un punto di vista etico è una scelta personale, di sensibilità (diversa, non maggiore o minore) e (come tu la definiresti) "religiosa", ma ha un valore oggettivo dal punto di vista salutistico ed ambientale".
Dato che egli stesso ha ammesso ciò, l’unica parte interessante della discussione è quindi il (presunto) valore OGGETTIVO del vegetarianesimo. Andiamo avanti, per vedere se il nostro amico neofitofago riesce ad argomentarlo in maniera OGGETTIVA.
L’(e)neocelta ha detto:
"1) l'incidenza di tumori, soprattutto intestinali, e attacchi cardiaci nei vegetariani è molto inferiore (dell'ordine del 60% per i primi, mentre i secondi sono rarissimi) a quella riscontrata negli onnivoro-carnivori. Certo, ci sono molti altri fattori in gioco per queste malattie, ma comunque il dato fa riflettere (e comunque secondo l'istituto dei tumori, l'alimentazione conta al 35%)".
Questo è il classico esempio di strumentalizzazione dei numeri al fine di dare una credibilità oggettiva ad una tesi. Dato che i vegetariani sono una minima frazione dei non-vegetariani, non è prudente fare confronti tra i diversi valori di incidenza tumorale, e, sopratutto, non sarebbe giustificato fare una semplice relazione causa-effetto. Mi spiego: se saltasse fuori che in media i vegetariani sono del 15% più alti degli altri, hanno una percentuale di laureati più alta rispetto alla media, hanno una più bassa probabilità di essere single, allora ciò dovrebbe significare che la dieta vegetariana fa diventare più alti, più laureati, e più accoppiati? Ovviamente no. Dato che è molto probabile che i vegetariani non siano distribuiti uniformemente nella società ma siano più diffusi in ceti colti, di "classe borghese" ed a reddito medio-alto, si può facilmente vedere che allora avranno una maggiore probabilità di essere stati ben nutriti da piccoli (e quindi essere statisticamente più alti, perché spesso la malnutrizione rallenta la crescita), aver avuto maggiori possibilità di studiare, di essere diventati più sensibili verso la propria salute (e quindi di aver maggiori probabilità di prevenirsi dai tumori), e forse anche di trovare un partner (tra vegetariani, ovviamente... brutta battuta!). Quindi: la statistica non dimostra nulla: non dice né dimostra che le cause e gli effetti sono quelli che l’(e)neocelta vuole imporre.
Egli continua:
"L'intestino umano non è lungo come quello degli erbivori (a parte che un vegetariano non pretende di digerire qualsiasi foglia al mondo e la cellulosa, ma tanti cereali, legumi, uova, tanta frutta e la più svariata verdura) ma nemmeno corto come quello dei carnivori."
Appunto, il nostro è un intestino da onnivoro: argomentare che l’intestino è mal strutturato per la dieta solo carnivora è corretto, ma allora perché poi contraddirsi diventando solo vegetariani?
L’(e)neocelta prosegue:
"La carne morta (uccisa o per causa naturale) presenta tossine e quindi per essere utilizzata come cibo si deve avere un intestino capace di filtrarne il nutrimento velocemente e liberarsi dello scarto e delle tossine prima possibile... il nostro intestino è mediamente tre-quattro volte troppo lungo rispetto a quello di un carnivoro".
Questa frase è tutta falsa. Primo: la carne "morta" presenta tossine se è in avanzato stato di decomposizione, ma esse non sono parte integrante della carne nell’atto di essere prodotta; la carne fresca e ben conservata non ha tossine. Inoltre, ed è inutile ricordarlo, la maggioranza delle carni mangiate è cotta o deriva da processi di cottura, che la rendono più digeribile ed eliminano i parassiti. Il discorso (e)neoceltico è quindi scorretto (o peggio, distorto: dalle parole che usa è evidente che per lui "carne" è sinonimo di "morte" e non di "nutrimento"). L’intestino dei carnivori non è "più corto" per assimilare prima, piuttosto, è quello degli erbivori che deve essere più lungo per assimilare meglio la materia vegetale (che è più povera della carne in nutrienti). Da dove salta fuori questa falsità delle "tossine" della carne? Se ne deve dedurre che anche le nostre carni hanno al loro interno delle tossine? Assurdo. Oppure, probabilmente, questa favola è stata inventata come analogia negativa (in contrapposizione a quanto accade negli erbivori): per controbilanciare il fatto che l’intestino allungato degli erbivori sia lungo per un adattamento, allora si deve assumere erroneamente che quello dei carnivori sia corto per qualche (fantomatico) adattamento? In realtà è corto solo perché per la carne va bene di quella lunghezza e non serve allungarlo.
Dato che l’argomentazione strettamente alimentare è fallimentare (ovvero, l’uomo è onnivoro morfologicamente e fisiologicamente, quindi sia carnivoria stretta sia vegetarianesimo sono potenzialmente dannosi per l’organismo umano), l’(e)neocelta abbandona un terreno debole e passa a discorrere di socio-politica (una scienza poco OGGETTIVA, a dispetto dell’obiettivo iniziale dell’(e)neocelta di argomentare oggettivamente il vegetarianesimo).
Seguiamo il suo discorso.
"Dal punto di vista ambientale sai meglio di me quanto terreno e acqua vengono adibiti alla produzione di cibo per l'alimentazione di animali in batteria (questo è la vera crudeltà massima, immagina un maiale tenuto al buio tutta la vita in uno spazio ristrettissimo...peggio ancora per i teropodi... ne avevamo già parlato e credo tu sia d'accordo) e non al pascolo (nel caso del maiale un pascolo al limitare di un bel bosco dove si trovano querce, noccioli, radici e tuberi) o in condizioni che rispettino i loro bisogni fisiologici-biologici-comportamentali di nutrizione, socialità, interazione con l'ambiente esterno e deambulazione."
Per il ciclo: "E allora?". Retorica degna di considerazione, peccato che non sia pertinente con il tema che si vuole sostenere. Questo discorso non ha niente a che vedere con la scelta del vegetarianesimo, e non si capisce come potrebbero essere legati. Ovvero: la condizione degli animali allevati non è un problema che si risolve diventando vegetariani (in quel caso TUTTI gli animali domestici verrebbero semplicemente fatti sparire, dato che sarebbero inutili... buffo: in un mondo vegetariano non ci sarebbe spazio per le povere mucche, capre, pecore e maiali... e se qualcuno sia azzarda a dire che in quel caso si potrebbero liberare in natura, allora non ha capito cosa sia un animale domestico). Riconosco che il modo con cui alleviamo è un problema serio, ma ciò non è collegato per niente con l’essere vegetariani: ad esempio, io amo la carne e sono (come molti altri "mangiacarne") favorevole a qualunque politica che migliori la vita degli animali allevati. Trovo miope ed arrogante il credere che solo i vegetariani siano "amici" degli animali, o che solo il modo di vivere vegetariano aiuti gli animali allevati (quest’ultimo collegamento è implicito negli ossessivi e pedanti discorsi fatti dai vegetariani su allevamenti vs. vegetarianesimo, nei quali tendono ad una retorica di "auto-proclamati" paladini unici della fauna). Ripeto: i due problemi non hanno nulla in comune, ed è pretestuoso collegarli.
Analogamente il seguito: l’(e)neocelta cita cifre e numeri senza fornire la fonte o il metodo col quale sono stati elaborati, quindi quelli valgono in base a quanto uno li accetta a priori (esattamente come le stime di sopra sui tumori). Ma, sopratutto, tutto il discorso sul confronto tra l’agricoltura "padana" e quella "maremmana" NON HA NIENTE A CHE VEDERE COL VEGETARIANESIMO! Con quale criterio di coerenza si mette a esaltare gli allevamenti maremmani (che producono CARNE: animali da ABBATTERE, MACELLARE E MANGIARE) dopo che ha parlato di rifiuto (per principio!) della carne? Anche in questo caso, caro (e)neocelta, il tuo discorso non è logico, né oggettivo: è solo una lunga retorica molto emotiva sul valore dell’agricoltura tradizionale (argomento che in parte condivido, anche se, ripeto, non è per niente connesso alla scelta vegetariana): NON A CASO L’ASSOCIAZIONE DEI MASNADIERI (che tu sembri criticare alla fine del tuo commento) IN VERITA’ SI PONE PROPRIO QUESTO OBIETTIVO (LA VALORIZZAZIONE DELL’AGRO-GASTRONOMIA TRADIZIONALE RISPETTO AI NUOVI MODELLI): VAI A VEDERE IL LORO SITO, E SOPRATUTTO, IL LORO STATUTO: IL VECCHIO (E)NEOCELTA CARNIVORO-TRADIZIONALE DI UNA VOLTA SI SAREBBE DICHIARATO SICURAMENTE UN SOSTENITORE DEL PENSIERO MASNADIERO!
In conclusione:
L’argomentazione dell’(e)neocelta sul vegetarianesimo non regge nella parte che si dichiarava "oggettiva". Cita correlazioni non provate e facilmente interpretabili in modi alternativi, e si contraddice criticando la carnivoria sulla base dell’anatomia onnivora dell’uomo ma poi dimenticando che lo stesso discorso si può fare per la dieta vegetariana.
Quando passa alle motivazioni "sociali" e "politiche" del vegetarianesimo, parla di attività che potrebbero essere svolte, promosse e sostenute anche dagli onnivori (come me), quindi, nel dire ciò, egli non giustifica il vegetarianesimo come soluzione oggettiva, ma solo come alternativa tra tante, quindi come soggettiva. Pertanto, dalle sue parole è evidente che non esiste alcun "valore oggettivo" nel vegetarianesimo: esso è una scelta esclusivamente soggettiva, e cercare di trovargli delle giustificazioni di merito è solamente un’ingenua limitazione della capacità di valutazione, o peggio, un’ipocrita favola imbastita per attirare persone di buona volontà.
A questo proposito, vorrei far notare a tutti quei vegetariani che giustamente criticano il maltrattamento degli animali o sono favorevoli ad un miglioramento degli allevamenti che:
Primo: Non siete i soli a pensarlo.
Secondo: Non è boicottando la carne che salverete gli animali: il boicottaggio individuale è solo una facile scappatoia per mettersi il cuore in pace e per sentirsi "a posto" nei confronti delle proprie intime contraddizioni: perché allora non boicottate i medicinali (che devono essere testati tutti -per legge- sugli animali... almeno finché non si potrà sperimentare su tessuti umani clonati... ma questo è un altro problema) e abbandonate tutte le care ed utili tecnologie inquinanti (veicoli, fonti energetiche, detersivi, cosmetici, saponi ecc...)? Sento molta ingenuità (spero) e ipocrisia (temo) in tutti quelli che sputano solo su metà del piatto in cui mangiano.
Commento: Se proprio si vuole migliorare un problema a cui si tiene, l’unica soluzione vincente ed efficace è una graduale azione di politica seria, finalizzata al medio e lungo termine a risolvere i problemi etici e sociali derivanti dalla necessità di produrre cibo. Concordo che si possono migliorare molte cose e ridurre moltissimi sprechi, ma ciò si attua con una corretta educazione al valore del cibo e degli animali, con un dialogo aperto e sensibile con coloro che non sono vegetariani. E ciò non per un buonismo volto ad accontentare tutti un poco, ma perché solo una politica concertata e condivisa può far progredire la società comune (senza strascichi e rancori): fintanto che ci sarà il muro contro muro (tra vegetariani che vedono gli allevatori come nazisti e gli allevatori che si sentono assediati e quindi rifiuteranno a muso duro qualsiasi proposta di dialogo) non si risolverà nulla. Ovvero, per l’ennesima volta, si progredirà solo con la rinuncia ad una Verità Precostituita (quella dei vegetariani che si credono la Soluzione, ma anche quella di chi non riconosce nel miglioramento delle condizioni di allevamento una possibilità di sviluppo e benessere Umano).
Parentesi: Nel post sui masnadieri, io non ho detto che voglio l’estinzione dei vegetariani, bensì del vegetarianesimo (così come auspicherei l’estinzione di qualunque altra "religione" tendenzialmente fondamentalista, non certo delle persone che credono in quelle idee): non imporrei mai ad un vegetariano di abbandonare la sua fede, ma confido che ragioni sulle sue azioni e, sopratutto, non imponga ai suoi figli in età di sviluppo delle pericolose limitazioni alla dieta. Il resto è libertà di scelta tra adulti.
Questo è il pensiero del Demiurgo.

Scymnodalatias cigalafulgosii

Ho appena saputo che il Mitico prof. Cig, citato nel post "Matti, Cattivi e Pericolosi da incontrare" è stato immortalato scientificamente: esiste uno squalo fossile dedicato a lui:
Scymnodalatias cigalafulgosii
Che tutti i meritevoli possano ricevere egual immortalità.

La Legge delle Altre Leggi

Cari amici pro-, contro-, o agnosto- vegetariani: non temete, il post su di voi arriverà presto; giusto il tempo di prepararlo bene e dopo aver scritto quelli già in programma.
Tornando a discorsi meno religiosi...
Esiste una branca della Storia Naturale che studia le estinzioni (o, se amate le categorie, l’Estinzione), le crisi biologiche e le loro eventuali cause. L’attuale tendenza è di vedere gli eventi più drammatici della storia della vita (le fantomatiche "Cinque Grandi Estinzioni") come niente più che espressione di un normale comportamento delle distribuzioni di eventi. Ovvero: l’intensità di un fenomeno è inversamente proporzionale alla sua frequenza: tradotto, le grandi estinzioni di massa non sono eventi "strani" bensì quei rari casi di estinzione con un più elevato tasso di mortalità delle specie. Il fenomeno è tipico di qualunque classe di eventi: i fiumi possono straripare con frequenza decennale, ma alluvioni bibliche accadono una volta ogni millennio. Analogamente, la maggioranza dei giorni della nostra vita è carica di eventi "normali", mentre solo pochi giorni ospitano "eventi significativi". Da questo punto di vista, la distinzione tra grandi e piccole estinzioni è arbitraria, e la discussione sulla peculiarità delle grandi crisi diventa superflua e ingenua. Tuttavia, esiste chi, pur riconoscendo una non-specialità nelle cause delle grandi estinzioni, ritiene che qualcosa di anomalo debba accadere durante le crisi. Riassumendo, si tratta dell’ipotesi delle "altre regole", secondo la quale durante le crisi che producono estinzioni significative debbano cambiare "le regole del gioco": adattamenti e strutture che "nei tempi normali" sono risultate vantaggiose diventano neutre o addirittura dannose, e viceversa, caratteristiche prima marginali o non particolarmente vantaggiose diventano "vantaggi". L’ipotesi è suggestiva ma, a mio avviso, poco verificabile, e quindi scientificamente debole. Uscendo dall’ambito delle estinzioni, e calandoci nella più modesta eco-etologia, esistono episodi che possono in parte rappresentare casi di "altre regole". Ad esempio, ci sono testimonianze di "comportamenti strani" tra animali africani durante improvvise inondazioni: furono osservati leoni e antilopi in nuoto gli uni accanto agli altri, senza che il predatore attaccasse la potenziale preda. Evidentemente, l’urgenza di salvarsi dall’inondazione portò gli animali ad accantonare temporaneamente le normali interazioni preda-predatore.
A questo punto, sarebbe interessante se si osservassero eventi analoghi in ambiti umani, perché potremmo usarli come indicatori di qualche evento speciale in atto (o imminente). Ad esempio, come interpreteremmo un’associazione familiare inconsueta e totalmente improbabile? Non parlo di DICO, convivenze e "pseudo-famiglie" che tanto stanno saturando l’intelligenza media, parlo di associazioni etno-demo-generazionali strane ed inconsuete, apparentemente senza logica e con una bassissima probabilità di verificarsi. Ad esempio, quale probabilità può avere l’esistenza di un appartamento abitato da un’anziana etiope cristiano-copta (che sembra uscita da un film sulla Bibbia, con tanto di velo bianco in testa, radi capelli color mattone e croce blu tatuata sulla fronte) e da una giovane ucraina che sembra uscita da una sfilata di D&G?
Tutti diremmo: probabilità praticamente nulla.
Appunto... ma non ditelo alle mie dirimpettaie.

lunedì 14 maggio 2007

Matti, Cattivi e Pericolosi da incontrare

"Il Cranley, un fantasma di un'altra epoca, non aveva alcuna pretesa di competere con la Kensington chic. Un jukebox, una slot machine e le luci tetre che illuminano un interno anonimo costituivano l'unica "atmosfera" del locale. Nei primi anni Ottanta il tavolo in ombra in fondo al pub veniva generalmente occupato da una banda di avventori abituali provenienti dal museo: la Sezione dei pesci fossili del Dipartimento di Paleontologia. A ogni pausa pranzo il capo della Sezione, Colin Patterson, e il suo collega Brian Gardiner dell'Università di Londra bevevano abbondanti quantità della migliore birra alla spina e in bottiglia. Nel corso del pranzo ordinavano pinta su pinta lasciando il tavolo ingombro di bicchieri svuotati. Erano aiutati da Peter Forey, il collega di Patterson al museo ed ex studente di Gardiner, e da una cricca di scienziati del museo, tecnici e studenti.
Tutti al museo sapevano che il Cranley era il luogo preferito della Sezione dei pesci fossili e se ne tenevano alla larga. [...] Per la comunità scientifica generale, la sezione dei pesci fossili era sinonino di cladistica. Il Cranley era "il quartier generale dei cladisti", un covo di sovversivi intenti a fomentare la rivoluzione accademica. I cladisti erano impegnati in una guerriglia contro l'establishment della biologia evoluzionistica, che vedeva il mondo [...] in termini di sequenze di antenati e discendenti dalle quali si potevano evincere le tendenze evolutive sostenute a posteriori per mezzo di scenari adattativi.
[...] Tendevano a chiudersi tra di loro e non perdevano l'occasione di deridere l'ampollosità degli altri, sfuggendo a cene in abito da sera, i banchetti dei congressi e le altre cerimonie sociali. L'establishment guardava con sospetto al loro comportamento informale. Ma ciò che irritava l'establishment più di ogni altra cosa era il fatto che i cladisti sembravano divertirsi alle spese di tutti gli altri e a nessuno piace essere oggetto di derisione. I cladisti erano Matti, Cattivi e Pericolosi da incontrare. Per uno studente impressionabile come me questa miscela era un richiamo irresistibile".
H. Gee (1999): "Deep Time. Cladistics, the Revolution in Evolution".
Non posso che provare una forte affinità ed una stimabile simpatia, per i personaggi di questo brano. La banda di sovversivi che si diverte e deridere e dissacrare tutto e tutti, che si ritrova abitualmente in un pub a sorseggiare birra, per nulla interessati alle consuetudini ed alle futili abitudini consolidate, mi è familiare. Noi non abbiamo un Cranley, bensì un Highlander, ma cambia poco. Siamo incassati in una città provincialmente chic che trabocca futili mode più effimere di un ghiacciolo all’equatore, e ci guardiamo bene dal conformarci alla norma mentale. Anche noialtri siamo una cricca di naturalisti, studenti e post-studenti, a volte qualche dottorando/dottorato. Anche noi abbiamo l’esperto di pesci fossili che è guardato con sospetto e diffidenza dai colleghi ma che è stimato da noi (ex) studenti (Mitico Cig!, che un giorno non ti si possa invitare a bere? Forse l’unico motivo che ci frena è la tua estenuante tendenza iper-logorroica e disfattista da sessantenne?).
Ma, sopratutto, il sottoscritto è uno dei Matti, Cattivi e Pericolosi da incontrare. Per quanto il termine non mi sia mai piaciuto tanto, anch’io sono un cladista (preferisco dire che mi interesso di sistematica filogenetica). La mia tesi di laurea fu uno studio cladistico (la Prima Matrice citata nel precedente post Megamatricomia), così come lo fu la tesi del Sarmatese Duplofago. L’attuale Megamatrice in gestazione è uno studio cladistico, così come lo è parte della tesi di dottorato del Sarmatese. Qui, nel fumoso golfo interrato dall’erosione di Alpi e Appennini, la cladistica e lo studio della paleontologia evolutiva sono rare, e non dubito che tutti quelli che hanno a che fare con analisi filogenetiche di fossili potrebbero occupare tranquillamente la saletta in fondo dell’Highlander Pub della Città dello Scudo Rettangolare senza stare stretti. Siamo pochi, ma sicuramente tutti tendenzialmente Matti, Cattivi e Pericolosi da incontrare. Siamo matti perché ci occupiamo di oggetti nei confronti dei quali nessun altro vorrebbe perdere tempo. Siamo cattivi perché noncuranti degli altri, del loro status ed autorità, perché ridiamo di noi e di loro e dissacriamo di gusto. Siamo pericolosi da incontrare, perché chi ha l’abitudine di frequentarci, tende col tempo a farsi scettico verso la "Verità", è costretto a mettere in crisi molte delle sue consolanti certezze, dei suoi dolci miti. Il nostro tempo non è la quotidianità, ma l’abisso sconfinato e spaventosamente frammentario del Tempo Profondo, dove non ha senso cercare cause ed effetti, supposti antenati ed imposti discendenti, ma solo caratteri condivisi e gruppi fratelli.
Ed in un gioco frattale tra l’oggi ed il passato, noi stessi siamo come taxa frammentari e sparsi nell’Abisso, abbiamo caratteri condivisi e distintivi che ci rendono un Gruppo di Fratelli.
Lo ammetto, questo post ha un che di epico e stupido al tempo stesso.
Sta bene, molto bene.

sabato 12 maggio 2007

Masnadieri del Gentil Salame

Questo messaggio è rivolto a tutti gli Amici del Demiurgo che hanno tra i loro Valori l'Eno-Cultural-Tradizional Gastronomicità!
Il Presidente di questa stimatissima associazione è egli stesso uno Stimato Amico del Demiurgo, e chi conosce il concetto ultrazionale di stima, sa che questa è la maggiore tra le considerazioni.
Spargete la voce in tutte le forme e modi, perchè il Buono si diffonda, e che Fast-food e Vegetarianesimo si estinguano!

http://www.masnadieri.it/

La Nostra Incubatrice Personale

Fintanto che persisteva, era reale. Solamente dopo la sua conclusione appare l’inconsistenza della situazione, la contraddittorietà degli eventi vissuti, la debolezza logica dei rapporti causali sperimentati. Assieme ad una strana angoscia che, almeno per me, deve essere lavata via con un bicchiere di latte, il ricordo di un incubo appena vissuto porta con sé il fastidio delle spiegazioni a posteriori: perché l’incubo (così come quasi ogni altro sogno) è evidentemente una finzione solo dopo che mi sono svegliato?
Ora che è passato, trovo evidente che i luoghi erano inventati, le immagini sbiadite e ovattate, i dialoghi assurdi, i personaggi delle ombre. Da dove saltano fuori?
Proviamo ad usare lo stesso impianto usato nella discussione sul piacere: la componente onirica (che crea sogni e incubi, sulle loro differenze e analogie per ora non parlo) è uno dei tanti simbionti neuronali che si accalcano e competono dentro al (e sono il) cervello? A differenza del centro del piacere, l’onirico non è tanto un parassita, quanto un debole simbionte che riesce a manifestarsi solo quando la coalizione di maggioranza è in vacanza, appunto, quando sensi e ragione dormono. E solo allora esso tende a liberare immagini e suoni sbiaditi che ha rubato da altri centri neuronali. La sua logica è debole, probabilmente perché egli non vive nel mondo esterno e quindi non è stato selezionato dalla spietata realtà oggettiva (può permettersi il lusso di non essere vincolato alle ferree punizioni della sopravvivenza), la sua elaborazione una carta velina ricalcata in fretta, molto simile ai ricordi (se non proprio estratta da loro: le immagini del sogno sono probabilmente ricordi rielaborati, e come tali sono pallide immagini costantemente rimaneggiate), il suo potere effimero. Quale meccanismo genera le esperienza oniriche? Forse questa analogia può illuminare: se proviamo a portare per qualche decina di minuti un paio di lenti colorate (ad esempio rosse), dopo che le avremo tolte tenderemo a vedere per alcuni minuti ogni colore tendente al verde (il colore complementare al rosso): ciò è dovuto, probabilmente, ad un effetto di inerzia prodotto dal cervello nei minuti in cui avevamo indosso gli occhiali rossi: il cervello reagiva all’anomala dominanza del rosso nel campo visivo immettendo "dall’interno" un eccesso di verde, quasi che cercasse di riportare il campo visivo alla "normalità": e ciò persiste anche per alcuni minuti dopo che abbiamo tolto le lenti colorate. Forse sogni ed incubi hanno una genesi simile: l’assenza di stimoli esterni (sopratutto visivi e sonori), quindi l’apparente mancanza di un mondo esterno, deve angosciare qualche parte del cervello (quella che chiamiamo "l’onirica"?), la quale reagisce immettendo nella coscienza una forma sbiadita di eventi tratti dal serbatoio della memoria: appunto i sogni (e gli incubi), delle finzioni create all’interno al fine di compensare uno squilibrio di ciò che il cervello considera la "realtà" (ciò un mondo esterno che gli fornisce stimoli, immagini e suoni).
Forse che questo meccanismo di auto-suggestione indotta dalla mancanza di stimoli reali esterni sia anche alla base di tutte le mitologie, di tutte le storie che abbiamo inventato per spiegare ciò che non vedevamo/sentivamo nel mondo ma che volevamo vedere e sentire? Credere è come sognare? Probabilmente sì: non a caso la ragione è simboleggiata dalla luce, dal lume che ci sveglia dai sogni e ci aiuta a capire la realtà. E forse, purtroppo, per tutti quelli che si ammorbidiscono acriticamente nella dolcezza dei propri sogni consolanti, la realtà, così fredda ed insensibile, deve apparire un incubo da evitare.

giovedì 10 maggio 2007

IL Mitologico Raptor Mediatico ("solo" per stomaci forti...)


Nel precedente post del Doctor Kause avevo accennato alla forte componente mitologica che connota i dinosauri nell’immaginario popolare post-moderno, e sul fatto che, spesso, i concetti paradigmatici della paleontologia tendano a persistere nella cultura scientifica (veicolati dalla divulgazione) per almeno una generazione in più rispetto a quanto sopravvivano nel ristretto ambito di chi studia direttamente o si mantiene costantemente aggiornato sui progressi della ricerca. Tuttavia, sarebbe miope e fuorviante credere che i ricercatori siano esseri sovrumani totalmente votati alle evidenze e privi di impostazioni preconcette. Essi stessi sono vittime dei propri umanissimi pregiudizi (qui il termine è usato nell’accezione più vasta e neutra) e tendono, più o meno consciamente, a seguirli e a coltivarli. Ciò, di ritorno, tende a produrre un pericoloso substrato di mitologia, il quale, crescendo all’interno della comunità scientifica, rischia di essere sottovalutato o, peggio, assunto in modo acritico.
Questa è la storia del mio animale preferito, una creatura straordinariamente mesozoica che ha sempre stimolato la mia immaginazione, fin da piccolo (da quando, a 9 anni, ne lessi per la prima volta una descrizione e ne vidi una ricostruzione). Si tratta di uno dei dinosauri più noti al grande pubblico, almeno dal 1993, quando, camuffato sotto il più commerciale nome di un suo parente stretto, divenne, purtroppo, una sorta di emblema della dinosaurologia dell’età dei computer.
Deinonychus (letteralmente "il terribile artiglio") si può considerare, senza esagerazione, la più importante scoperta del XX secolo nell’ambito dei dinosauri. La sua importanza sta nella rivoluzione concettuale che produsse la sua monografia descrittiva, pubblicata nel 1969 dal recentemente scomparso J. Ostrom. Le evidenze anatomiche portarono Ostrom a interpretare Deinonychus come un agile e veloce predatore dal metabolismo elevato, agli antipodi dall’immagine di impantanato errore evolutivo con la quale era riconosciuto tutto il gruppo dei dinosauri. Da allora, questa visione di Deinonychus non è stata mai smentita dai dati: nuove scoperte hanno irrobustito questo modello, inducendo ad una revisione completa della nostra visione del mesozoico (in particolare, rispetto alla primigenia iconografia - come la tavola qui, la primissima ricostruzione di Deinonychus ad opera del "pazzo" Robert Bakker- ora sappiamo che Deinonychus aveva il corpo ricoperto di penne e piume). Se nel Dizionario Ultrazionale "mesozoico" è l’aggettivo superlativo della stima, ciò si deve alla cascata di ricerche e scoperte scaturita dalla descrizione di Deinonychus. Con la definitiva conferma che proprio i dinosauri come Deinonychus sono i più stretti parenti degli uccelli (essi sono dei maniraptora -vedi precedente post sui Rettili Glorificati- se non dei veri e propri uccelli, ma questo sarà l’oggetto di un altro post...), il Rinascimento Mesozoico è passato da ipotesi iconoclasta e rivoluzionaria a modello standard, consacrandosi la migliore interpretazione della gigantesca mole di dati oggi in nostro possesso (ed in continua crescita).
Se il mio discorso finisse qui, sarei poco Ultrazionale: con la sola apologia dell’attuale ortodossia mesozoica sarei giustamente catalogabile alla stessa stregua dei fedeli e devoti adoratori delle religioni e delle ideologie, e quindi, sembrerei un bieco ipocrita, che critica il pensiero zelante e fanatico degli altri senza accorgersi del proprio. Anche nella ricerca obiettiva della conoscenza la soggettività umana gioca un ruolo fondamentale, imponendo punti di vista, accentuando impostazioni alternative o precludendone altre, spesso a danno dell’oggettività. Come detto all’inizio, anche gli scienziati sono uomini, e come ogni uomo bramoso di conoscenza, essi sono costantemente sotto il tiro del proprio pregiudizio e tentati dalla caduta nella mitologia acritica (se non, a volte, nel dogmatismo: l’anti-scienza per definizione). Quindi, non dovremmo stupirci ingenuamente se ciò accade, ma nemmeno usare la debolezza (umanità) degli scienziati come pretesto per una critica della scienza come metodo di conoscenza. Dato che questo post vuole rimarcare la potenza (che non è onnipotenza) della scienza, la sua capacità di fortificarsi dall’errore, di avere nel proprio metodo gli anticorpi difensivi contro la tendenza dogmatista, è bene che il commentatore anti-ultrazionale freni la mano e non faccia una prematura obiezione stizzita, già prevista dal Demiurgo.
Tornando a Deinonychus, in paleontologia esso è ricordato e citato in tre ambiti: come detto sopra per aver indotto la "rinascita mesozoica", nella diatriba sulle origini degli uccelli ed infine per la possibilità che questo animale fosse un predatore sociale, un cacciatore di gruppo. Questa ultima ipotesi si basa sullo stesso ritrovamento originario descritto nel 1969, e su un secondo sito descritto in seguito. Nel primo caso, i resti di almeno 3-5 Deinonychus furono rinvenuti assieme a quelli di un dinosauro erbivoro di taglia media del genere Tenontosaurus. Nel secondo caso, uno scheletro di un giovane Deinonychus fu ritrovato tra i resti di almeno 18 Tenontosaurus, assieme ad alcuni denti di altri Deinonychus adulti. Le evidenze a supporto della socialità predatoria di Deinonychus parvero dunque così schiaccianti, basandosi appunto su ben due siti che evidenziavano sia la socialità del predatore, sia la tendenza di quest’ultimo a cacciare Tenontosaurus, da portare non solo Ostrom e tutti gli altri paleontologi a non ipotizzare una spiegazione alternativa, ma anche ad estendere il modello del "branco di lupi" all’interpretazione di molti altri teropodi.
Dalla comunità scientifica, la teoria del "branco" si estese rapidamente all’ambito degli appassionati ed alla cultura popolare. Grazie all’enorme successo di "Jurassic Park", l’ipotesi che Deinonychus fosse un cacciatore spietato ed efficiente che cacciava in branco (con "tattiche d’assalto ben coordinate!". Addirittura nel film il paleontologo protagonista descrive la modalità di caccia, come se ciò fosse rintracciabile nei fossili... miracoli della celluloide) è diventata dogma divulgativo (nel film di Spielberg è chiamato con il nome di un suo parente stretto, Velociraptor - qui sotto in una mia tavola che illustra il più straordinario fossile mai trovato: i due "Fighting Dinosaurs" scoperti in Mongolia nel 1971-, ma posso assicurare da "theropod-watcher stagionato" che il "raptor" del film è Deinonychus - tralascio i dettagli del perché, se qualcuno li vuole chieda pure).
L’ipotesi è emotivamente molto forte e suggestiva: oltre che affascinante, essa ben si adatta all’immagine di animali attivi ed evoluti derivante dagli studi anatomici, fisiologici e filogenetici della "rinascita mesozoica". Ma è altrettanto forte "oggettivamente"? Le evidenze che la supportano sono così chiare e incontrovertibili?
Recentemente, due paleontologi hanno criticato il modello del "branco di lupi", e, proprio sulla base di una più attenta analisi scientifica dei dati presenti, e con una dettagliata comparazione con gli animali attuali, essi giungono ad un’interpretazione differente (e probabilmente più corretta) della socialità di Deinonychus (e degli altri teropodi).
Dato che il modo col quale essi hanno smontato la "favola del branco" è squisitamente scientifico, la tratterò nel dettaglio (calmi, non scappate: lo farò evitando eccessivi tecnicismi!).
Essi fanno notare che attualmente la caccia coordinata tra membri di uno stesso gruppo si osserva esclusivamente in alcuni canidi (lupi e licaoni) ed al più anche in un felide (il leone), mentre è assente nella maggioranza dei mammiferi carnivori e, sopratutto, nei diapsidi (come uccelli, coccodrilli e lacertiliani). Pertanto, come ipotesi di partenza, è più prudente assumere che Deinonychus (e gli altri teropodi) si comportassero come gli altri diapsidi, quindi non cacciassero come lupi. In mancanza di prove, affermare che essi cacciassero in gruppi coordinati è un’ipotesi superflua.
Ma esistono delle prove che Deinonychus cacciasse in gruppo? I due siti citati sopra, cosa mostrano? Nel primo, abbiamo i resti di quattro giovani Deinonychus sparsi tra le ossa di un Tenontosaurus. L’analisi geologica del sito fa scartare subito l’ipotesi che i resti furono deposti assieme da agenti fisici (inondazioni o trappole naturali). Quindi è plausibile che gli animali morirono assieme. La presenza di quattro predatori con un erbivoro fa subito pensare ad una cruenta battaglia, nella quale i Deinonychus ed il Tenontosaurus si uccisero vicendevolmente: ciò, almeno a me, appare molto irrealistico, sopratutto perché nel sito sono presenti alcuni denti di Deinonychus, apparentemente caduti da animali di taglia maggiore di quella dei quattro scheletri. Molti Deinonychus (si stima almeno dieci) erano presenti, ed almeno quattro morirono presso il Tenontosaurus: se fu una battuta di caccia, i predatori dovettero pagarla a caro prezzo. Considerando la rarità con la quale si preservano eventi di caccia nella documentazione fossile, appare molto insolito che un evento apparentemente inconsueto come una battuta di caccia finita con quattro predatori uccisi si sia conservato fino ad oggi: ciò sarebbe plausibile solo ammettendo che un simile tasso di mortalità fosse la norma nelle battute di caccia dei Deinonychus. Confrontato con i tassi di mortalità nelle battute di caccia osservate oggi, una mortalità simile è spaventosamente alta: anche per chi, come me, non ha problemi a immaginare una spietatissima competizione darwiniana durante il mesozoico (che produsse animali supercorazzati, "fortezze-viventi" e predatori giganteschi armati di tutto punto), ciò sembra molto improbabile, e suggerisce di cercare scenari alternativi più credibili. A parte ipotesi poco realistici (come quella che vede i quattro Deinonychus schiacciati dal corpo del Tenontosaurus ferito mortalmente), la spiegazione può derivare osservando il comportamento di diapsidi attuali che banchettano su una stessa grande carcassa. Sia gli uccelli, come avvoltoi, corvidi e vari tipi di rapaci, sia i varani, quando si aggregano su una carcassa tendono a combattere tra loro per stabilire la gerarchia per lo sfruttamento della preda, sia tramite comportamenti ritualizzati, sia con vere e proprie lotte. In questi casi, gli esemplari più grandi e maturi tendono ad avere la meglio, e, quando lo sconfitto è anche ferito mortalmente, i combattimenti possono sfociare nel cannibalismo.
Il cannibalismo è più diffuso di quanto si pensi di solito, ed è uno dei principali fattori di equilibrio demografico tra i predatori diapsidi, sia uccelli che coccodrilli che lacertiliani.
A questo proposito, è interessante notare che i quattro esemplari di Deinonychus sono tutti dei giovani: furono le vittime dei combattimenti contro gli adulti per la gerarchia per il possesso della carcassa? Inoltre, proprio in uno dei quattro malcapitati di sopra è stato rinvenuto all’interno dell’astuccio di tendini che ricopriva la coda (caratteristico della famiglia di Deinonychus) l’artiglio del piede di un altro Deinonychus, a riprova che questi teropodi combattevano con membri della loro stessa specie (evidentemente anche l’altro Deinonychus, proprietario dell’artiglio, deve aver fatto una brutta fine). Se questo scenario può sembrare esageratamente cruento, esso è comunque più plausibile di quello che vede i quattro morti durante una battuta di caccia di gruppo, perché ha degli analoghi attuali che fanno da plausibile metro di paragone. Chiunque abbia visto la calca di avvoltoi sopra un grosso erbivoro morto (spesso composta da decine di esemplari stipati in una massa di penne e becchi esaltata dal sangue) avrà notato con quanta aggressività gli esemplari più grandi scaccino i più piccoli: estrapolando questi comportamenti su animali pesanti anche settanta chilogrammi, armati di tre artigli a falce su tutti i quattro arti e da decine di denti seghettati, non sorprende che gli scontri potessero risultare fatali per gli esemplari più giovani o indeboliti. L’analisi degli scheletri dei quattro Deinonychus è un ulteriore indizio che questa sia la strada interpretativa più corretta: non tutte le ossa del corpo sono presenti, ma principalmente quelle delle parti anatomiche dotate di minore massa muscolare (coda e piedi): è la prova che i cadaveri dei Deinonychus furono mangiati dagli altri (più grossi) esemplari, i quali lasciarono sul terreno solo le parti più indigeste ed "ossute"?
Il secondo sito (quello con un Deinonychus e almeno 18 Tenontosaurus) offre ulteriori indizi a sostegno di questa ipotesi. Il fatto che siano presenti decine di prede, molte intatte, implica che non si tratta dei resti di una battuta di caccia (nessun animale -tranne l’uomo- uccide più prede di quante ne possa mangiare). Dall’analisi geologica del sito, si tratta probabilmente di un gruppo di erbivori decimato da una stagione particolarmente secca. Un indizio indiretto di ciò è dato dal differente grado di preservazione degli scheletri: il Deinonychus presente è molto frammentario e disarticolato, e, come nel primo sito, conserva sopratutto ossa della coda e degli arti; gli adulti di Tenontosaurus sono parzialmente disarticolati e smembrati; mentre l’esemplare più piccolo di Tenontosaurus è molto più articolato e completo. La spiegazione migliore di questa differenza di conservazione (non legata alla taglia degli animali, dato che l’esemplare giovanile di Tenontosaurus e il Deinonychus hanno pressapoco la stessa taglia ma opposti gradi di preservazione) può essere uno scenario simile a quello del primo sito:
Una torrida giornata alla fine della stagione secca di 125 milioni di anni fa (milione più, milione meno), da qualche parte in Nordamerica...
La presenza di carcasse di Tenontosaurus aveva attratto tutti i Deinonychus della zona, i quali, data l’abbondanza di carcasse, non dovettero competere eccessivamente tra loro per nutrirsi (ciò spiega un solo cadavere di Deinonychus contro i quattro del primo sito, nel quale, va ricordato, i predatori dovettero contendersi un solo Tenontosaurus): tuttavia, data l’aridità della stagione, è probabile che poche carcasse dell’erbivoro fossero appetibili, in particolare quelle di taglia maggiore, che tendono a disidratarsi più lentamente di quelle di taglia minore (ciò spiegherebbe perché il Tenontosaurus più piccolo sia praticamente intatto: probabilmente era già una carcassa rinsecchita e per niente appetibile quando sopraggiunsero i Deinonychus). Tuttavia, anche in questo caso ci scappò il morto tra i Deinonychus, un esemplare giovanile poco rispettoso della gerarchia, il cui cadavere fresco fresco dovette sembrare molto più appetibile delle carcasse putrescenti dei Tenontosaurus, e finì con essere smembrato e divorato dai suoi parenti più grossi e famelici...
Concludendo, l’ipotesi della caccia di gruppo, così affascinante ed accattivante perché apparentemente in linea con la generale rivalutazione dei dinosauri, si è rivelata un’estrapolazione mitologica: i dati, se analizzati nel dettaglio, non necessitano di un’ipotesi poco sostenibile dal punto di vista filetico e paleontologico. I teropodi, come tutti gli altri diapsidi (dagli uccelli moderni ai varani) tendono ad essere predatori opportunisti e solitari, fortemente gerarchici e tendenzialmente cannibali. Quello è il loro modo di essere ciò che sono, e sarebbe anti-scientifico (e probabilmente antropocentrico) cercare di forzarli ad essere delle versioni mesozoiche dei nostri due o tre modelli mammaliani preferiti.
Anche se nei primi anni della rivalutazione dei dinosauri ciò è stato fatto (e da alcuni è sostenuto ancora), non è necessario estrapolare isolati modelli etologici di alcuni mammiferi per spiegare la grande radiazione adattativa del Mesozoico, anche perché, dopo quaranta anni di consolidato successo, il Rinascimento Mesozoico non ha più bisogno di scimmiottare le produzioni cenozoiche per risultare credibile.
Bibliografia Utile:
Ostrom (1969): Osteology of Deinonychus antirrhopus, an unusual theropod from the Lower Cretaceous of Montana. Bulletin of the Peabody Museum of Natural History 30:1-165.
Roach & Brinkman (2007): A Reevaluation of Cooperative Pack Hunting and Gregariousness in Deinonychus antirrhopus and Other Nonavian Theropod Dinosaurs. Bulletin of the Peabody Museum of Natural History 48(1):103-138.

martedì 8 maggio 2007

Stregoneria

Non tutte le persone intelligenti possono essere anche ultrazionali, mentre non può esistere un ultrazionale non-intelligente. Ad esempio, mia madre, donna sicuramente intelligente (se non altro perché gestisce con successo la vita economica e domestica di un simpatico anarcoide disordinato (mio padre) e di un superimpegnato manager eco-montanaro (mio fratello)) non può certo dirsi un’ultrazionale, se non altro perché, come tutte le madri, è tendenzialmente poco auto-ironica (forse a ragione...). Se nutro dubbi sulla possibilità almeno potenziale che mia madre possa essere ultrazionale non ho dubbi che mia nonna (la madre di mia madre) non sia per niente ultrazionale. Mia nonna è una fattucchiera. Non è una battuta: testimoni affermano che ella era solita praticare strani riti con olio e piatti (ora pare aver smesso, data la veneranda età di oltre ottant’anni, che comunque non pare dimostrare) volti alla protezione dal malocchio. Da quanto racconta mia madre, il rito consisteva nella semplice osservazione del moto di alcune gocce di olio d’oliva fatte cadere in un piatto riempito d’acqua. Cosa derivi da ciò e come si manifesti il fantomatico malocchio, è materia di congetture... forse sta scritto nel fondo di qualche caffè.
Se la storiella di mia nonna vi fa sorridere, o peggio, ve la fa immaginare come una superstiziosa ignorante medioevale (cosa che in effetti è: io posso dirlo, con rispetto parentale), vincolata a retrogradi e fasulli rituali magici privi di effetto reale, allora è bene che rivalutiate molte decine di migliaia (se non milioni) di persone, forse persino voi stessi, che ancora oggi prendono parte ad analoghi rituali magici e superstiziosi, o, peggio, ne sono state inconsapevoli protagoniste.
Non sto parlando delle gesta di cartomanti e maghe televisive che ogni anno sono citate in giudizio per aver vampirizzato i risparmi di povere (e sciocche) pensionate od estorto subdolamente denaro a persone più o meno incapaci (di difendersi), bensì di un rituale sociale diffusissimo nella nostra Italia post-moderna: il battesimo.
Che altro sarebbe il rituale del battesimo, se non un atto di stregoneria? Si prende un bambino (di età tale da non essere in grado di decidere se partecipare al rito), si pronunciano strane formule magiche accompagnate da gesti mistici, e lo si bagna (almeno solo sulla fronte... speriamo tutti con acqua tiepida e microbiologicamente pura) al fine di liberarlo da un malocchio denominato “peccato originale” del quale egli (l’ignaro pupo) era inconsapevole ed innocente portatore (malocchio che comunque parrebbe non avere grande influenza sui fantomatici destini ultraterreni del bimbo, se, da poco tempo, la Chiesa ha dichiarato che anche i bambini non battezzati hanno diritto al Paradiso... tralascio qui ulteriori sviluppi sull’assurdità di queste credenze).
Un rito magico, una stregoneria, ecco cos’è il battesimo.
Voglio essere accondiscendente, per una volta. Fintanto che il battesimo è riconosciuto solamente come un evento simbolico di presentazione del nuovo nato alla comunità, allora non ho nulla da obiettare (sebbene il mio gusto personale preferirebbe abolire tutta questa ritualistica a base di preti, fonti battesimali, confetti e padrini, siamo in un paese ufficialmente pluralista, e finché il battesimo rimarrà un’innocua cerimonia facoltativa, non ho nulla contro la sua perpetuazione): il mio sincero sgomento è rivolto a tutti quelli che veramente credono che QUALCOSA sia cambiato nel bambino dopo che è stato battezzato.
Ma sarebbe inutile continuare con questo discorso: la superstizione è dura a morire, così come la tendenza delle anime semplici a credere in tutto ciò a cui è imposto un nome: basta battezzare una favola col nome di “peccato originale”, ed ecco che è necessario invocare un rito sciamanico (esso stesso battezzato “battesimo”) per scongiurare i terribili influssi del primigenio morso di Eva.
Mia nonna sarà pure una fattucchiera para-medioevale che si auto-suggestiona, ma perlomeno non chiede in giro offerte, né produce spot televisivi per farsi devolvere l’8 per mille.
Surreale bellezza della democrazia mediocratica...

lunedì 7 maggio 2007

Dedicata a quelli della mia generazione

La Ballata del Vecchio Ordinamento

IL PRIM'ANNO SENZA DAZIO
IL SECONDO E' CAZZEGGIO
VERSO IL TERZO PAGO IL PREZZO
MA NEL QUARTO ARRIVA IL PEGGIO
FORSE IL QUINTO PUO' BASTARE...
SERVE UN SESTO A LAUREARE

Does the White House Cause the Green House Effect?

DOES
THE WHITE HOUSE CAUSE
THE GREEN HOUSE EFFECT
?

Vincoli del software mi hanno imposto di riscrivere il titolo di questo post: solo scrivendolo bidimensionalmente si può apprezzare (o disprezzare, se mancate di ultrazionalità) la bellezza (ultrazionale) di questa domanda. La quale, solo formulandola in inglese diventa, da semplice domanda polemica, un gioco di parole. Difatti, in italiano la frase “LA CASA BIANCA CAUSA L’EFFETTO SERRA?”, pur avendo la stessa quantità di informazione di quella in inglese, non può prestarsi al gioco linguistico evidenziato con la disposizione bidimensionale, coi grassetti e coi corsivi (e solo scrivendola come domanda, impedisco che la terza persona singolare della frase affermativa, in inglese “causes”, rompa la simmetria dei termini cause-effect).
Questo che ho appena mostrato è un esempio di Arte (secondo l’Ultrazionale): Una struttura arbitraria (e spesso laboriosa) che emerge nonostante i vincoli storico-strutturali.
Struttura, perché il caos (compreso quello deterministico) non è artistico.
Arbitraria, perché ciò che è prodotto dalle incoscienti leggi naturali è bello, ma non artistico.
Laboriosa, perché la parola “arte” implica un artigiano, un lavoratore sulla materia (grigia prima, solida poi).
Emerge, perché l’arte è una proprietà emergente, non riconducibile linearmente alle singole componenti pre-esistenti.
Nonostante i vincoli storico-strutturali, perché spesso ciò che dà valore artistico ad un atto/oggetto è proprio il contrasto con i tenaci vincoli strutturali (delle leggi geometriche, fisiche e materiali) e storici (sia evolutivi che culturali) che si oppongono all’ideazione, alla realizzazione e alla preservazione di un’opera.
Amen
PS: prima di rispondere (anonimamente) con volgari sinonimi del pene, chi non è in grado di argomentare intelligentemente il proprio dissenso da questa interpretazione farebbe bene a mangiarsi qualche patata con dentro il selenio...
Comunicazione di Servizio rivolta agli amici dell'Associazione degli Studenti di Scienze Naturali dell'Università di Parma (ASSNatu), ed in particolare alla loro presidentessa:

IL Nobile Blasone Dei Rettili Glorificati

Questo post è dedicato a tutti gli appassionati di ornitologia, a tutti quelli che amano e si appassionano nello studio, l’osservazione e la preservazione dei pennuti.
Nel Dizionario Ultrazionale, il massimo aggettivo superlativo è “Mesozoico”, il non plus ultra della stima, l’equivalente laico della nobile investitura divina.
Nobiltà, come investitura divina. Investitura divina, come mitizzazione di una storia di successo.
Cos’è più nobilitante del riconoscimento di un’illustre origine? L’eventuale blasone ritrovato avrà un valore nobilitante proporzionale alla sua capacità di rimarcare la stirpe, all’immediatezza con la quale riuscirà a richiamare l’aristocratica radice della propria famiglia.
Gli uccelli sono riconosciuti da tutti i biologi contemporanei come membri del clade Reptilia, il sotto-insieme di tutti i vertebrati muniti di zampe (tetrapodi, come i mammiferi e gli anfibi) che producono uova munite di annessi embrionali (amnioti, come i mammiferi) che comprende anche le tartarughe, i serpenti, le lucertole, ed i coccodrilli: in pratica, gli uccelli sono rettili altamente modificati. Già a fine ‘800, il naturalista inglese Thomas Huxley (il “mastino” di Darwin) aveva definito gli uccelli: “rettili glorificati dal piumaggio”.
Lo status di “rettili aristocratici” degli uccelli è rimarcato dal termine Archosauria (i “rettili superiori”), il nome del gruppo formato dagli uccelli e dai loro parenti viventi più stretti (ovvero, i coccodrilli. Ricordate: un coccodrillo è più simile ad una gallina che ad una lucertola! Aguzzate l’occhio e lo vedrete...).
Nel dettaglio (e semplificando molto), gli uccelli si distinguono da tutti gli altri rettili viventi per una serie di caratteristiche morfologiche, già presenti nel più antico degli uccelli conosciuti nel record fossile, il “missing link” per eccellenza, Archaeopteryx lithographica: 1) sono bipedi e 2) digitigradi (camminano “sulla punta dei piedi”, poggiando a terra solo le dita, ma non il resto del piede); 3) mancano del quinto dito del piede; 4) hanno il collo allungato e sigmoide; 5) l’osso pubico lungo quanto il femore; 6) il primo dito della mano parzialmente divergente dalle altre dita; 7) ossa cave e sacchi aerei; 8) il secondo dito della mano più lungo delle altre dita; 9) hanno la coda divisa in due zone (l’anteriore mobile e la posteriore rigida); 10) hanno un osso a forcella nel petto; 11) l’osso iliaco allungato; 12) il primo dito del piede che non articola con le ossa della caviglia; 13) hanno più di due vertebre nell’osso sacro; 14) mancano del quinto dito della mano; 15) mancano del quarto dito della mano; 16) non hanno dentatura nella parte della bocca sotto l’orbita; 17) hanno una ridotta muscolatura della coda, ed, inutile ricordarlo, hanno 18) piume e 19) penne.
Ebbene, queste caratteristiche, che a prima vista parrebbero evidenziare la singolarità degli uccelli rispetto agli altri vertebrati terrestri, sono anche e sopratutto il loro blasone, l’incancellabile retaggio ereditato dalla nobile (ovvero: mitizzata grazie al successo) stirpe da cui derivano, quella dei Dinosauromorfi. Nessuna delle 19 caratteristiche sopra citate è una peculiarità esclusiva dei soli uccelli, bensì, ognuna è un carattere comparso nell’evoluzione dei dinosauromorfi ben prima che il sottogruppo di dinosauromorfi chiamato “uccelli” si differenziasse. Ricapitolando, i caratteri dall’1 al 4 sono comuni a tutti i dinosauromorfi, il 5 è comune a tutti i dinosauromorfi dinosauri, il 6 a tutti i dinosauri saurischi, il 7 a tutti i saurischi teropodi, i caratteri dall’8 al 13 sono comuni a tutti i teropodi neoteropodi, il 14 a tutti i neoteropodi averostri, il 15 e 16 a tutti gli averostri tetanuri, il 17 ed il 18 ai tetanuri celurosauri, ed il 19 a tutti i celurosauri maniraptori. Sulla base delle relazioni di parentela derivabili dallo studio della distribuzione di queste (e molte altre) caratteristiche, gli uccelli sono classificati come maniraptori, quindi celurosauri, quindi tetanuri, quindi averostri, quindi neoteropodi, quindi teropodi, quindi saurischi, quindi dinosauri.
Nel disegno qui sotto ho voluto mostrare la diversità esistente tra i dinosauri piumati: in primo piano il gigantesco Therizinosaurus cheloniformis, ai suoi piedi Archaeopteryx lithographica (un nome che richiama la litografia introduttiva del blog: qui l'olismo è voluto). L'Homo sapiens serve da scala metrica. In conclusione, avere nella stessa struttura del proprio corpo il blasone diretto con gli esseri più Mesozoici immaginabili rende gli uccelli attuali il non plus ultra vivente (almeno per un ultrazionale).

sabato 5 maggio 2007

AEIOU: Anthropical Evolutionary Impact On Ultrationality

Prima di parlare direttamente dell'argomento del post, introduco brevemente chi l'ha richiesto. Il Pantheon Ultrazionale non è un monolocale per solitarie divinità affette da megalomania: tante e difformi sono le Potenze che ne plasmano la struttura e la forma, così come contrastanti sono le manifestazioni della loro influenza. Ovviamente, il Demiurgo è l’Unico Ultrazionale, ma non è il solo essere razionale che calca il Logos con il suo 42 e 1/2 di scarpa. Tra le varie semi(sceme)-divinità minori spicca l’(E)neocelta, il razionale (e)neo-romantico e mitofilo. Arcaico amico del Demiurgo e compagno di innumerevoli discussioni (e birre), l’(E)neocelta è, nella forma come nella sostanza, una versione cenozoica (e quindi fondamentalmente ammorbidita) di razionalità ibrida. Per uno straordinario caso di convergenza culturale, l’(E)neocelta del Pantheon Ultrazionale è molto simile (nella forma come nell’ethos) a Tulkas, uno dei Valar del Sirmarillion (chi conosce il “Signore degli Anelli” di Tolkien solo dai film è biasimabile, chi ne ha letto i libri è stimabile, ma solo chi ha anche letto il “Sirmarillion” può meritare una menzione in questo post):
"Massimo in forza ed atti di prodezza è Tulkas, soprannominato Astaldo, il
Valoroso. Egli è giunto per ultimo in Arda, ad aiutare i Valar nelle prime
battaglie con Moldor. Trae piacere dalla lotta e dalle prove di forza; e non
cavalca destriero, per la semplice ragione che può superare alla corsa tutte le
creature che vanno a piedi, ed è instancabile. Ha i capelli e la barba dorati,
il suo incarnato è roseo; le sue armi sono le mani. Poco si cura del passato che
del futuro, e a nulla vale come consigliere, ma è un amico costante."
A parte l’accenno alla corsa (si è recentemente spaccato un ginocchio...) il resto è incredibilmente simile, in particolare l’ultima frase: difatti, di norma, è l’Ultrazionale a fungere da consigliere per l’(E)neocelta. In parte, ciò è dovuto all’età: come ogni essere cenozoico, è più giovane ed immaturo: lo dimostra il suo morboso attaccamento al pensiero mitico, la sua incapacità di passare alla gioiosa rabbia del pensiero teoretico (per non dire delle sue molto discutibili privazioni alimentari... ma di questo parleremo in altra occasione).
Dopo l’inevitabile introduzione, passiamo al post.
In un recente commento, l’(E)neocelta ha chiesto l’e(n)nesimo consiglio/parere:
“Volevo chiederti inoltre se, secondo te, la situazione attuale del pianeta e la
sua immensa antropizzazione rendano ancora possibile l'evoluzione (processi
evolutivi, selezione naturale, mutazioni permanenti "adattanti" o conservate dal
caso, processi di speciazione) in specie diverse dall'uomo, finché la specie
umana esisterà? Io sono scettico a riguardo (soprattutto per quanto riguarda i
classici animali e piante a strategia K). Credo che l'impatto antropico sulle
condizioni ambientali, sulle specie stesse (selezione artificiale, gestione del
territorio, agricoltura, allevamento, ecc.) corra a velocità estremamente
maggiori rispetto a quelle dei meccanismi riproduttivi delle specie sovresposte
e dell'insorgenza di mutazioni adattanti o "fortunate" (concedimi il termine, ti
prego).”
Il termine “fortunate” se deriva dalla dea bendata, va molto bene.
Credo che l’impatto evolutivo della specie umana sia minimo sulla lunga scala (milioni di anni): anche ammettendo, molto ottimisticamente, che la nostra civiltà persista per altri 5.000 anni (un tempo gigantesco alla scala delle civiltà, ma appena al limite inferiore della scala dei tempi microevolutivi) l’umanità inciderebbe ben poco sugli eventi di macroevoluzione.
Se per evoluzione intendi semplicemente l’adattamento delle popolazioni alle condizioni locali, allora l’evoluzione è in atto anche ora. Moltissime specie si sono adattate al mondo antropico e sono state avvantaggiate dai mutamenti indotti dall’uomo. Moltissime specie di insetti, e molte di mammiferi ed uccelli si sono adattate a vivere nelle città, negli ambienti di campagna (la campagna è un ambiente artificiale ed antropico esattamente come le città) e sono in espansione, molte specie hanno esteso il loro areale di distribuzione in maniera impensabile sotto la sola azione delle forze naturali (pensa alla nutria, animale sudamericano che ora è diffuso anche qui: ora l’areale della specie è intercontinentale, con notevole vantaggio per la possibilità evolutiva della nutria).
Ovviamente ci sono specie minacciate dall’espansione umana, sopratutto specie direttamente in competizione con noi per spazio e risorse (ovvero gli altri mammiferi di grande taglia ed a strategia K: l’uomo è un mammifero di grande taglia -la maggioranza delle specie è molto più piccola di noi- ed ovviamente quelle più a diretta competizione ecologica con noi sono quelle di taglia pari o maggiore alla nostra. Inoltre l’uomo segue la più intensa delle strategie K - le nostre cure parentali sono le più lunghe ed intense - e quindi compete con gli altri animali K per spazio e risorse. Questa minoranza dei mammiferi grandi e “K-orientati” è “appariscente” proprio perché comprende forme ecologicamente simili a noi, ma non necessariamente costituisce il principale motore degli ecosistemi: micromammiferi, uccelli ed artropodi sono i veri pilastri dei biomi terrestri).
Inoltre, se per evoluzione intendi la speciazione (la formazione di nuove specie), considerando che l’attività umana tende a frammentare gli ecosistemi e gli habitat, allora l’uomo è un potente agente di innesco per i processi di speciazione. Tornando all’esempio della nutria: se la nutria importata in Europa continuerà a persistere con questo successo da noi per altri millenni, è probabile che originerà una nuova specie distinta dalla popolazione ancestrale sudamericana: non potendosi più incontrare, le due popolazioni alla fine divergeranno geneticamente e poi anche morfologicamente. In termini evolutivi, l’azione umana produrrà sia estinzioni che speciazioni: estinzione dei nostri competitori diretti (questo fenomeno è in atto da almeno 40.000 anni, quando eliminammo i nostri competitori più diretti, ovvero gli altri ominidi, e si è protratto con l’over-killing della megafauna pleistocenica operato dai primi uomini giunti in America ed Australia, si è intensificato con la rivoluzione agricola fino ad estremizzarsi ora che siamo miliardi), ma anche creazione di nuove nicchie (ambienti antropici favorevoli a molte specie opportuniste) e frammentazione degli habitat con impulso a nuove speciazioni.
Curiosamente, l’ottica distorta di molti osservatori tende a lamentarsi sia per l’estinzione delle specie K sia a lamentarsi per l’espansione delle specie r (come la nutria): eppure, nel secondo caso, se davvero ci sta a cuore la “vitalità” della Vita e la “sopravvivenza” delle specie, dovremmo rallegrarci della potenza espansiva di quegli organismi capaci di cavalcare l’onda dell’antropizzazione. Ma, credo, ciò è solo l’effetto di un pregiudizio “romantico” sulla natura e sull’uomo. Esattamente come i cambiamenti climatici sono visti come “apocalisse” da chi è miope sulla naturale imprevedibilità e potenza evolutiva del clima, così le dinamiche di estinzione-evoluzione perennemente in atto sono viste come “disturbo”, “alterazione” e “squilibrio” di un inesistente e mitizzato “ordine naturale”.
Di fatto, la maggioranza delle specie che gli ambientalisti cercano di difendere sono già estinte, ovvero sono popolazioni già sotto il limite minimo di sussistenza evolutiva: ovviamente è buona cosa preservarne vivi degli esemplari, ma già il fatto stesso che delle specie “debbano essere preservate” è il segno che esse non sono più in grado di auto-sostenersi (e quindi non sono più specie “naturali”): si può dire che sono come dei “malati terminali” mantenuti in vita artificialmente.
Da quest’ultima nota, deriva il dubbio che l’attuale ambientalismo possa degenerare in accanimento terapeutico.